Esplorare i Confine tra Videomaking e Filmmaking: Il Viaggio Creativo di Giuseppe Andreatta
Nel profondo del mondo creativo, dove la videocamera diventa lo strumento per narrare storie visive, Giuseppe Andreatta emerge come una figura emblematica, un narratore che esplora i confini sfumati tra videomaking e filmmaking. La sua avventura inizia con una semplice telecamera in mano, guidata dalla pura passione per creare e raccontare, e si evolve attraverso esperienze che sfidano la sua creatività e determinazione.
Apprendimento e Sperimentazione: I Pilastri del Successo
Giuseppe ci porta attraverso il suo viaggio, dalla realizzazione di video di matrimonio come primo incarico improvvisato, fino a progetti più complessi e personali che sfidano le convenzioni. La sua storia è un’esplorazione dell’arte del filmmaking, dove ogni scelta tecnica e narrativa è intenzionale, riflettendo una visione artistica profonda.
Sfide e Superamenti: Crescere nel Mondo del Filmmaking
Attraverso la sua esperienza, scopriamo l’importanza della formazione continua e della sperimentazione. Giuseppe enfatizza il valore dell’apprendimento pratico, della capacità di adattarsi e di superare le sfide, elementi cruciali per chiunque desideri lasciare un segno nel settore. Il suo racconto mette in luce come il filmmaking sia più di una professione; è una chiamata a esplorare, a raccontare storie che risuonano e a condividere visioni uniche del mondo.
La Chiamata del Creativo: Passione, Visione, e Determinazione
La narrazione di Giuseppe Andreatta è un invito a riflettere sulla nostra passione e sul percorso che scegliamo di seguire. È un promemoria che, indipendentemente dalle sfide e dalle incertezze, la determinazione e la passione possono guidarci verso realizzazioni significative e gratificanti. Il suo viaggio nel mondo del filmmaking non è solo la sua storia, ma un faro per tutti coloro che sono alla ricerca della loro voce nel vasto universo della creazione video.
Trascrizione
Alberto Eger:
E l’ospite di oggi è Giuseppe Andreatta. Ta-da! Giuseppe è bellissimo averti qua. Io sono molto contento. Devi sapere che al nostro fianco, al mio fianco, mi piace avere persone con cui non solo abbiamo collaborato, se c’è stata possibilità, ma anche persone con cui abbiamo avuto un momento di crescita, di rapporto, di possibilità di scoprirci. Ci conosciamo penso da due anni.
Giuseppe Andreatta:
Qualcosa di più.
Alberto Eger:
Ok ed è molto interessante quello che a me piace nel momento in cui abbiamo lavorato assieme, quello che io ho scoperto dal tuo lavoro, da quello che tu hai portato nella esperienza che abbiamo fatto assieme, è stata la parte di regia e filmmaking, che è diverso da videomaking. Vorrei che raccontassi un pochino come sei arrivato dove sei oggi, cioè come è nato il Giuseppe Andreatta filmmaker?
Giuseppe Andreatta:
Ma come ho iniziato? In realtà tutto parte da voglia di creare, di fare un po’ di spettacolo che è in realtà una voglia infantile. Quindi vedi la telecamerina in pellicola, vedi che tuo papà fa I filmini di famiglia, vedi che esistono queste cose, allora magari la prima scintilla può essere nata da lì, da lontano. Poi bisogna fare I conti con quello che ti piace veramente, quello che puoi permetterti di fare eccetera. Mi piacerebbe pensare che l’inizio di tutto il mio percorso, anche lavorativo, formativo, sia quando sono riuscito io con I miei soldi a comprarmi la prima telecamerina, che in realtà è una reflex, una canon. E lì, cosa che mi colpisce ancora, mentre ora per fare un acquisto sicuramente più dispendioso, ma per fare un acquisto ci metto mesi, perché poi ho tutte le mie pari mentali, a suo tempo mi venne chiesto da amici che si stavano per sposare, ehi ma tu non studi queste cose? Sì più o meno, ma puoi farci un video? Io non avevo niente in mano, già ero all’università ma mai fatto niente di serio e nel giro di pochissime settimane con poco budget sono andato e mi sono preso la mia reflex e un obiettivo tutto fare. Questa diciamo ignoranza e questa velocità che ho dovuto per forza mettere in campo è un po’ la invidia adesso. Spensieratezza anche perché adesso c’è un calcolo doveroso degli acquisti che fai, delle spese che hai, della tecnologia che utilizzi, ma un po’ di spensieratezza nel poter dire mi butto, mi lancio, calcolo un po’ meno, sarebbe un po’ piacevole.
Alberto Eger:
Ti manca quella parte
Giuseppe Andreatta:
lì. Senza esagerare.
Alberto Eger:
Ok. Come è andato quel lavoro lì?
Giuseppe Andreatta:
È andato bene. Adesso è ovvio che riguardando indietro vecchi lavori posso o ridere o piangere è normale però è stato piacevole perché mi ha lanciato, lanciato nel senso che mi ha permesso di prendere più confidenza con la tecnologia del momento, con le richieste che venivano dalle persone, in quel caso due amici che si sposavano, ok? E poi andò bene. Mi piace pensare a quel momento. Poi prima di quel giorno, essendo uno studente del dance a Padova, facevamo workshop laboratorio, ecco, ma non mai con attrezzatura mia, sempre sotto una guida, sempre aiutato.
Alberto Eger:
Quindi è stato un po’ l’esperienza di lancio che ti ha messo con le mani in pasta per provare effettivamente quello che avevi studiato. E molto spesso il passare dalla teoria alla pratica non è così semplice. E quindi anche in queste situazioni è bello proprio sperimentarsi, provare. Ti sei preso un bel rischio, Perché fare un matrimonio così al volo con una telecamera nuova, tutto nuovo, non è un’idea proprio facile.
Giuseppe Andreatta:
Senza dubbio. Sì sì sì sì, ma il rischio me lo sono preso io e la coppia di sposi. Avendo fatto il Dams non mi insegnavano come impugnare la camera, non mi hanno insegnato come seguire gli sposi, come fare la ripresa di una cerimonia. Però apprezzare un’inquadratura, capire come fare un’inquadratura, essere svelti nel farlo, questo sicuramente insomma una sorta di la sparogrossa poetica insomma. Ecco poi vabbè quello è un altro universo, sicuramente è stato un bel rischio.
Alberto Eger:
Mi piace quando hai usato la parola poetica perché forse già ci stiamo addentrando nel motivo per cui abbiamo parlato di filmmaker e non di videomaker, ma voglio ancora aspettare, tenere questa cosa un po’ sulle spine. Quindi dopo quel lavoro, stavi facendo il Dams, hai continuato su quella linea di studio, hai continuato a studiare quella cosa lì, quali sono stati I passaggi successivi?
Giuseppe Andreatta:
Beh sì, per quanto riguarda la formazione, dopo l’atriennale, mancandomi delle basi soprattutto tecniche, ho cercato un master, un’esperienza veloce, quindi di un anno, e l’ho trovata a Venezia con Cafoscari. Questo mi è servito perché io volevo puntare soprattutto sul mondo del cinema, del filmmaking. Ho trovato appunto un master in filmmaking. Non si finisce mai di imparare, non si finisce mai di formarsi, ma per chi vuole comunque muoversi nel mondo creativo, che sia cinematografico o del video making, della video art, prima si inizia a fare meglio. Ed è vero che c’è sempre qualcosa che non sappiamo, però bisogna iniziare a fare. Facendo, impari, sbagli, fai cose belle, cose non belle, conosci persone, eccetera. Io quindi ho fatto il master dopo e iniziavano già man mano, semplicemente perché la gente sapeva che studiavo qualcosa, che aveva visto qualcos’altro, I miei video in matrimonio. Mi sono arrivati a altre commissioni, alcuni lavori, I primi clienti, ok, e quindi mi sono trovato anche a fare riprese di eventi.
Giuseppe Andreatta:
E questo dopo mi sono trovato ovviamente davanti alla necessità di fare ordine, perché comunque sei… Giovane lo sono ancora, ma sei ancora più giovane, ancora più inesperto, non sai bene cosa vuoi, c’è molto caoso attorno a te, perché comunque bisogna ammettere che la figura del videomaker è molto più recente di quella del, che adesso noi chiamiamo filmmaker, del regista eccetera, perché comunque anche con l’esplosione di youtube, nel 2005, dopo parte la diffusione di massa dei contenuti video, è sempre più facile produrre un contenuto video e di conseguenza nascono anche nuove professioni eccetera. Ecco Questa necessità di crescere mi sono venute quando sono arrivati I primi clienti. Io che ho fatto, ho avuto una formazione soprattutto teorica e legata al mondo del cinema, come mi approccio con clienti, con aziende che non vogliono la recensione dell’ultimo discorsese. Ecco, questa è stata un po’ la sfida e tuttora c’è.
Alberto Eger:
Certo, perché quindi tu hai fatto un percorso indirizzato proprio al film making e dovevi riuscire a portare nella vita quotidiana dei tuoi clienti quello che avevi imparato e quindi anche trovare una bella bilanciamento tra le due cose mi viene da dire. Mi stanno venendo mille domande che vorrei farti. La domanda che ti faccio è questa. Entriamo in questo discorso qua. Qual è per te la differenza tra un videomaker e un filmmaker? E se ha senso distinguere le due figure?
Giuseppe Andreatta:
Grazie per mettermi in difficoltà. Sono qua apposta. No allora, sono tanti gli aspetti. Non solo quello che ho detto poco fa che la figura del videomaker è onnicoprensiva ed è medio recente, cioè esiste da una ventina d’anni e soprattutto si muove molto braccetto col mondo dei social, cosa che il mondo del cinema e del filmmaking lo usa solo in maniera parallela per sponsorizzarsi ad esempio. Il mondo del videomaking è composto di sottogeneri, di tantissimi sottogeneri, e possiamo inserire chi fa corporate, video per le aziende, chi si preoccupa di videoarte. Le modalità per esprimersi e per portare avanti proprio il lavoro sono veramente tantissime. Per quanto riguarda il filmmaking invece si apre un altro universo che precede quello del videomaking, se così si può dire, che si distacca dall’immagine in movimento. L’immagine in movimento può essere qualcosa di ipnotico.
Giuseppe Andreatta:
Io adesso uso citazioni, non sono cose mie, però che ho fatto mie. Di un altro videoartista e regista che mi ha parlato una volta di questa in una masterclass, di questa immagine in movimento, della capacità di ipnotica e anche di persuasione. E su questo chi sono I principali esperti? Chi fa la pubblicità, ok? E anche un videomaker per carità. Il cinema magari non ha per forza questo obiettivo, questo fine, questo orizzonte. Funziona che in un mondo comunque dove stanno nascendo le prime scuole non di cinema ma di video making, sono delle master class, se uno volesse a costo 0 può accendere youtube e farsi sei ore di tutorial e ecco
Alberto Eger:
cultura esatto
Giuseppe Andreatta:
eccoci qua sono un videomaker
Alberto Eger:
no siamo nel posto giusto e quindi
Giuseppe Andreatta:
bisogna un po’ fare un po’ di definizione, ma anche e soprattutto parte da quello che vuole fare una persona. Non si sta definendo cosa è giusto, cosa sbagliato, cosa è bello, cosa no. L’importante è capire cosa si vuole fare. Parto dalla mia esperienza, che è quella della formazione cinematografica e ovviamente sono anche a contatto con clienti, con eventi eccetera. Mi è capitato di recente di far parte di, chiamiamolo così, il linguaggio tra l’altro è lo stesso, di un piccolo set per un corporate, anzi un video per I social di un’azienda. Non ero io il videomaker, sopprendi il regista, ma va bene. Poi si utilizza la parola senza entrare troppo in tecnicismi, però ad esempio in inglese si utilizza director perché perché è un direttore di una squadra è inutile dire director Quando tu la squadra non ce l’hai ok ci sono tantissime cose che devi tenere presente e organizzare però è interessante tenere questo distinguo certo ma su questo aneddoto chi gestiva e faceva videomaker e principale operatore seguiva anche le cosiddette comparse cioè I dipendenti di questa azienda quando era il momento di girare non era stato molto attento nel spiegare, introdurre le regole di come si fa un video. Cioè non solo le preparazioni, c’è dove mettere la luce eccetera, ma se io fa 5 minuti siamo pronti, io ti dico che 5 minuti siamo pronti.
Giuseppe Andreatta:
Quando io dico azione significa una cosa. Senza questa preparazione c’è stato un momento in cui pronti, pronti, ok, azione! Silenzio totale. Abbiamo anche dei fatti speciali. C’è un immaginario collettivo di chi è appassionato di cinema nel sapere quali sono I termini tecnici del cinema. Ciò che azione ok ma quando ci si trova si è un po’ spesati ma non è colpa di nessuno. E’ premura di chi gestisce il video, il set, informare la gente che dicendo una cosa, succede una cosa. Ad esempio io moltissime volte invece di dire azione, che è un termine conosciuto ma poco utilizzato a lavoro, al
Alberto Eger:
di fuori
Giuseppe Andreatta:
sì, esatto, meglio dire vai. Cose molto più semplici. Quindi bisogna un po’ uscire dall’effetto romantico e piacevole del cinema, perché comunque è bello sentirsi parte di qualcosa, ma essere terra a terra, rendersi conto che se dici azione nessuno capisce. Allora o lo spieghi prima oppure dici un bel vai.
Alberto Eger:
Non è sbagliato usare I termini tecnici, è che Dipende se sei nel contesto giusto che conosci quei termini lì perché altrimenti rischi di mettere un po più in difficoltà le persone che ci sono e ci sta. È un’esperienza che abbiamo avuto anche noi. Noi arriviamo dal fatto di aver provato sul campo, aver imparato tramite la pratica effettivamente ed è divertente perché ogni tanto Eva comincia a dire e questa cosa si dice in un altro modo e ha ragione è a ragione ed è bello scoprirlo noi siamo partiti dall’altra parte siamo partiti che non ci interessava dire c’è cazione ma dovevamo far partire il cliente Mi piace molto parlare con te di questa cosa perché io so che sei stato su tantissimi set nel tempo e con ruoli estremamente diversi e quindi hai un’esperienza che è bella. Ogni volta che lavoriamo assieme, ne parliamo, abbiamo avuto modo di fare dei video di prodotto ad esempio assieme mi piaceva la cura delle luci l’idea che avevi la visione il fatto di sapere già prima che cosa fare nella mia testa Per me Giuseppe Andreatta è un regista perché quando ti ho visto sul campo sei arrivato con dei fogli con degli schizzi con un’idea molto chiara di storyboard pochissimo era lasciato al caso e questa direzione questo avere tutto sotto controllo per me è già un passo verso il filmmaking. Cioè il fatto di dire un video molto spesso un videomaker è… Possiamo dire non è corretto quello che sto dicendo però in generale cioè non è che quello che sto dicendo è per tutti però molto spesso un videomaker è una persona che si trova nella situazione e qualcosa tira fuori. Non è sempre così. Un filmmaker è una persona che ha tutto sotto controllo o il più possibile perché tutto sotto controllo non si può aver mai ma ha proprio una visione diversa.
Alberto Eger:
È arrivato con una storia, con un’idea che è stata discursa prima con il cliente. Magari la storia è anche creativa, è un po’ fuori dagli schemi. E so che oltre a questo tu hai almeno uno, se non di più, cortometraggi col tuo nome, cioè creati da te e fatti da te. Quindi l’esperienza che porti è un’esperienza molto più cinematografica, molto diversa, che chiaro poi deve essere inserita in un contesto di clienti che magari non sono all’interno di questo mondo, che però lo vivono per un pochino. Wow.
Giuseppe Andreatta:
Per un attimo pensavo che stessi parlando di un altro, ma ero io. No vabbè, grazie. In realtà la mia è un’esperienza ancora limitata, siamo coetanei, quindi non sono poi così tanti I set che ho avuto modo di vivere non fare il modesto tutti sicuramente mi hanno formato, mi hanno plasmato e sono contento il rischio d’oggi, e non riguarda solo il nostro lavoro è che bisogna essere tutto fare. Bisogna sapere tutto soprattutto il videomaker.
Alberto Eger:
Se un set è fatto da mille persone mille tante persone che ognuno ha il proprio ruolo il set del videomaker è ai 15 ruoli.
Giuseppe Andreatta:
Sì sì sì Per diversi motivi. Primo perché il mercato lo richiede. Secondo perché il cliente non ha budget. Terzo perché è bello e fa bene sapere di tutto. Però un videomaker deve essere tutto. Certo. Dipende poi a che livelli sei arrivato, quanto ci tieni a farti un mazzo così e bla bla bla, milioni di cose. Il cinema è strutturato diversamente, ognuno ha il proprio ruolo.
Giuseppe Andreatta:
Anzi, guai è che si calpeste ai piedi, ok? Ma non è per forza un bene. Ci sono aspetti positivi e aspetti negativi. Per quanto riguarda il videomaker c’è anche un po’ una sorta di sensazione, questa è una cosa personalissima, sensazione di inadeguatezza. Cioè finché non sei fonico, finché non sei direttore della fotografia, finché non sei elettricista, finché non sei psicologo, perché no, ti precludi alcune strade, alcune possibilità. Perché comunque è vero, devi essere anche imprenditore di te stesso, devi lavorare sulla tua immagine. Io sono pessimo su questo. Lo posso dire, sono su Instagram da forse meno di due anni e mi pesa un sacco condividere quello che faccio. No, mi pesa un sacco.
Giuseppe Andreatta:
Entro nella legge della condivisione ma comunque l’ho fatto praticamente solo per lavoro questo, quindi sono pronto anche a sputtanarmi in questo modo. Non so se è troppo prematuro di lo ma se dovessi dare alcuni consigli a chi vuole fare I video maker o chi è all’inizio direi subito formazione sperimentazione originalità nel senso che oltre al mio video vengono sputati milioni di altri video e probabilmente sono quasi tutti uguali al mio, se non più belli. E quindi da questo punto di vista dico originalità. Altre volte quando c’è una nuova tecnica per cui adesso vanno forte, esempio, I video con un grand’angolo enorme, un grandissimo grandissimo grand’angolo. Vadunz! Bisogna anche saper parlare per fare video maker. E allora il cliente ha visto questo video, vuole un video come questo. E allora devo adeguarmi, cioè non c’è niente di male su questo aspetto qui.
Alberto Eger:
Mi piace il devo adeguarmi che apre anche questo un mondo di cosa vuol dire devo adeguarmi però penso che sia proprio la crescita continua Proprio per il fatto che si incarnano tanti ruoli diversi, più sei freelance o più sei singolo e più devi incarnare tanti ruoli e più devi studiare. E ogni mondo che esplori può essere vastissimo. Perché poi quando si arriva a livelli di cinema o di set costruiti, veramente la persona è molto specifica e sa esattamente cosa sta facendo, deve sapere esattamente cosa sta facendo.
Giuseppe Andreatta:
In merito a questo mi piacerebbe puntualizzare una cosa, cioè non è detto che più uno diventa bravo più uno ha I mezzi e anche se toglie alcune I sassolini dalla scarpa e più deve assomigliare all’approccio e al settaggio cinematografico.
Alberto Eger:
Ok Ok.
Giuseppe Andreatta:
Cioè bisogna distinguere che ci sono anzitutto passioni diverse, ruoli diversi e anche tempi diversi. Non bisogna né andare troppo lì con l’accetta e dire da qui in poi video making da lì a cinema e non è nemmeno detto che sia bipartito questa cosa, questo aspetto, ma dall’altra parte nemmeno ostinarsi a dire bene qual è il top dove mi vedo fra 20 anni con… È chiaro, vabbè, se ho più budget, più persone con me, è ovvio che la cosa si frizzantizza, diciamo così, è più interessante, però non andiamo avanti con l’idea che l’evoluzione del videomaking, o meglio, dipende come la vivi, ok? Se tu pensi che la tua evoluzione sia prima di lavorare con clienti e dopo lavorare invece per qualcos’altro, ok. Però l’una non è l’evoluzione dell’altra.
Alberto Eger:
Apro un altro discorso da questo punto di vista che a me interessa molto. Tu ti occupi di diversi settori nel tuo essere freelance quindi e ti chiedo quali sono questi settori per te.
Giuseppe Andreatta:
Le cose che faccio che ho fatto io appunto mi approccio con I clienti e quindi c’è più l’aspetto videomaking nudo e crudo. Poi io ho una grande passione per il mondo del documentario, per cui ho avuto la possibilità in maniera quasi casuale, quasi, di lavorare su piccoli set per documentari che dopo sono andati al cinema o nelle piattaforme, addirittura come fonico, quindi non ho mai preso in mano una videocamera e ho imparato a fare fonico. Quando c’è stata la possibilità di fare elettricista ho fatto elettricista ovviamente sto spingendo molto per creare e continuare a creare documentari cortometraggi documentari quindi opere di 15 20 minuti Per fare questo lo ripetono all’infinito nelle scuole di cinema bisogna fare, fare, fare, prendere e uscire e riprendere. Senza, come dire, scoraggiarsi ma senza farlo all’infinito. C’è un momento in cui quel gene di sperimentazione è determinare, ok? E fare altro. E devi passare ad altri obiettivi.
Alberto Eger:
Per continuare ad avere stimoli nuovi, vedere cose nuove, provare cose nuove.
Giuseppe Andreatta:
Senza dubbio. Giusto? Sì sì sì.
Alberto Eger:
Quindi, secondo te, per essere un bravo filmmaker che anche questo termine molto ampio però per arrivare da qualche parte tu sei più per essere un generalista quindi vedere tanti settori diversi anche del video making o secondo te ha più senso specializzarsi e dire io voglio fare solo quello verticale su quello.
Giuseppe Andreatta:
Allora io direi il secondo cioè essere verticale, movimento verticale e avere subito le idee chiare. Anzi, quello che io ho un po’ rimpianto, diciamo, è che ci sono arrivato un po’ tardi. Ma non perché faccia male vedere tutto e fare tutto. Anzi, io consiglio e anche sprono a potersi lanciare. Cioè, evitare più no possibili. Dire sempre di sì alle occasioni che ti arrivano, perché comunque impari e soprattutto conosci persone. Ma appena capisci cosa vuoi fare, buttati. Qualsiasi cosa tu voglia fare, su quello.
Giuseppe Andreatta:
Io ho sempre in mente una mia cara amica che ha fatto il master con me in filmmaking a Venezia e prima veniva da un corso di lingue, quindi cinese, non sapeva niente, ok? E durante il master ho capito che le piaceva fare il direttore della fotografia, la direttrice della fotografia, ok? E allora nei nostri corti, nella nostra formazione lei anche si proponeva per questo ruolo. Terminato il master, si è buttata a capofitto in una scuola a Roma e ora non si perde un set in Italia e all’estero anche, ma set grossi insomma. E quindi ora ha delle competenze incredibili, ma mirate su quello che vuoi fare. Quindi prima capisci quello che ti piace e prima fai in modo che tu possa fare quello che ti piace.
Alberto Eger:
Fai all in su quello.
Giuseppe Andreatta:
Esatto sì. Poi dipende, cioè ripeto, nel momento in cui invece mi trovo davanti al cliente o davanti al computer per montare lo dico bene adesso devo fare un nuovo corso per Da Vinci Resolve. Oggi devo fare un corso invece per l’editing audio. Oggi devo fare un corso per come presentare il mio preventivo, perché le skills devono essere tante. Io personalmente sto facendo questo percorso, sto cercando di fare solo una cosa.
Alberto Eger:
E qual è la tua cosa? Su cosa che faresti o hai fatto o farai all in.
Giuseppe Andreatta:
La cosa che mi ha catturato di più sono proprio I documentari come approccio, come lavoro, come aspetto creativo. Questo è quello che vorrei fare. Allora si parte dalle piccole cose. Io ho sbagliato, ho fatto un po’ il contrario, sono partito dalle grandi cose che devono ancora essere terminate, ma questo è un altro argomento. Partire dal piccolo, spremi il più possibile, premi l’acceleratore e quando capisci che non sei più inesperto allora ose un po’ di più.
Alberto Eger:
Interessante, voglio strizzarti come una spugna sul fatto dei documentari adesso che è molto interessante perché I documentari dal mio punto di vista sono belli complicati. La prima domanda che ti faccio è come trovi l’idea per un documentario? Come crei la storia? Come hai quel click che ti fa dire questo è quello che io desidero raccontare?
Giuseppe Andreatta:
Rischierei di dire tantissime frasi fatte ok? Perché comunque quello che è già stato detto tutto ed è difficile soprattutto per uno come me, insomma, ho 31 anni, non ho 20 anni di esperienza dietro ed è facilissimo comunque essere banali o essere fraintesi, però le idee, le idee tanto mi verrebbe a dire che sono loro che vengono da te le puoi cercare leggendo libri viaggiando sicuramente stando dentro in casa tua difficile si Werner Herzog regista tedesco, il mio preferito, documentarista soprattutto, nei corsi cinematografici lui diceva… Chiedevano a lui consigli per iniziare, per fare bene il proprio lavoro, lui diceva viaggiate, ok? State fuori e camminate tantissimo. Lui ha camminato tantissimo.
Alberto Eger:
Ok.
Giuseppe Andreatta:
Ho detto che le idee trovo non è più che altro perché non è che mi sforzi di trovarle, ok? A volte è la realtà che è più originale della finzione e quindi mi rendo conto guarda che bello potrei parlare di questo e mi succede centinaia di volte al giorno no però centinaia di volte all’anno insomma poi quello che poi riesco a fare è pochissimo, che ho fatto adesso è pochissimo. Bisogna quindi essere lucidi, a investire il proprio tempo sulle cose giuste, bisogna anche parlarne con I propri colleghi, I propri amici, capire se la cosa può funzionare e soprattutto fare I conti con l’aspetto economico nel senso che sono tutti progetti per cui I soldi te li devi trovare.
Alberto Eger:
Questa era la seconda domanda.
Giuseppe Andreatta:
Non c’è il cliente, o meglio, ci sono alcune dinamiche che funzionano invece così, cioè c’è un cliente che vuole raccontare o raccontarsi in maniera diversa perché comunque siamo in un mercato saturo, quello dei social, e si dice no basta reels, basta video, abbastanza comuni. Investiamo su qualcosa di diverso che può andare anche in circuiti differenti che possono essere I festival, che possono essere eventi privati, eventi pubblici, cinema, eccetera eccetera e ci raccontiamo in un altro modo e ci affidiamo a un artista.
Alberto Eger:
Come trovi I fondi
Giuseppe Andreatta:
per affrontare? Ci sono I bandi ovviamente, ci sono gli sponsor, tu proponi un valore, tu proponi una storia, c’è qualcosa in comune tra te sponsor e questa storia? C’è un valore che vi accomuna? Ok, c’è anche questo metodo, mi è stato raccontato da produttori, che c’è anche la possibilità di bene. Ho una storia, ovviamente è più un soggetto che una storia, cioè è il principio di una storia che può essere raccontata, la faccio molto veloce. Ho un ventaglio di aziende, ok, che hanno interesse nel approfondire la propria azienda verso uno storytelling e quindi niente si propone in questo caso la casa di produzione propone a questi sponsor che si fanno promotori di arte anche di un messaggio di un valore nel loro caso e tu regista riesci a realizzare il tuo cortometraggio il tuo lungometraggio eccetera ecco però ci sono diversi modi le case in produzione non si muovono proprio per le grosse produzioni non si muovono in questo modo. Però nel mio piccolo, per I miei progetti, ovviamente puoi iscrivere a una casa di produzione che dopo ovviamente sarà loro in maniera alternativa a quella precedente che ho appena detto, trova I soldi, quindi ci sono I bandi, ci sono I fondi regionali, statali, eccetera. Chi più ne ha più ne metta. Non è molto semplice, il punto è chi esce dalle scuole e vuole fare questo percorso, ha gli strumenti, le competenze, le conoscenze per potersi lanciare in questa avventura? Io sono molto sensibile a questa cosa e sono molto anche scettico perché non c’è un percorso univoco, che non è un problema in sé, ma non c’è un percorso che dia più sicurezza e più certezze a chi esce dalle scuole di cinema. C’è secondo me una lacuna tra terminati gli studi e il farsi da solo o essere aiutati e con nulla ti… Nessuno ti regala nulla.
Alberto Eger:
Certo diciamo che la lacuna è forte nel senso che la parte teorica è sempre in teoria funziona così, la parte pratica funziona in modo diverso perché il mondo evolve, le aziende sono diverse, la difficoltà a volte è avere il coraggio di andare a parlare con queste persone, che non è scontato. È un bel esercizio di stile personale anche, mi viene da dire.
Giuseppe Andreatta:
Assolutamente, ma infatti prendendo sempre parole di altri, regista non si nasce, si diventa. Grazie. Ma cosa significa? Nessuno ti dice come devi farlo o perché devi farlo eccetera. Però Sicuramente se tu questa mattina non ti alzi dal divano non farai un tubo cioè se tu che in un certo senso ti autodetermini se tu dici fantastico ho letto questo libro voglio raccontare di questo pittore so che questo pittore vive nelle marche Nessuno viene a suonare il mio campanello a dire, a dirmi, ehi vai nelle marche eccetera. Sono io che mi, in un certo senso, autodetermino. Prendo, vado nelle marche eccetera. Vengo a scoprire che sono, questo è un esempio stampalato però, vengo a scoprire che nel giro di 1-2 anni, grazie a superluoghi, grazie a riprese, sono uno dei pochi conoscitori di questo pittore. Ok, non è una cosa da poco.
Giuseppe Andreatta:
Benissimo, come lo facciamo fruttare? E dopo si parte. Cioè, bisogna… C’è tanta autodeterminazione. Questo è poco sicuro. E non solo per il regista, perché noi stiamo adesso parlando di questa cosa, ma di molte altre professioni.
Alberto Eger:
LUCA MAZZUCCHELLI Però diciamo che hai diverse difficoltà davanti e quindi l’unica è prendersi lo spazio, il tempo, la voglia, il coraggio di affrontarle una alla volta.
Giuseppe Andreatta:
Infatti per questo la difficoltà del mondo dell’arte o di tutti quei lavori che sono un po’ complicati perché manca un percorso lineare, ok, che è un po’ già tracciato e che deve essere pronto a alcune cadute, a alcune capitomboli che magari non sei pronto ad accettare. Ok? Cioè sei pronto a cadere più volte a prendere un ritmo lento nell’ingranare col tuo lavoro eccetera. Anche il mondo dell’arte è un po’ così ma puoi essere anche un pittore o un musicista.
Alberto Eger:
Come è che sviluppi poi la storia? Com’è che dall’idea arrivi a dire ho bisogno di questo faccio questo faccio quell’altro? È una cosa che sviluppi prima, ti viene nel mentre? Sviluppi prima poi ti viene nel mentre? Ti viene dopo quando montato tutto e tu dici mi serviva questa ripresa?
Giuseppe Andreatta:
Sì sì sì assolutamente. Cioè no allora ognuno ha il proprio metodo. A me piace assolutamente conoscere, guardare, vedere chi ho davanti. Che sia una persona o che sia una realtà, ecco, perché non sempre c’è un personaggio. E oltre a questo, che è quello che tu prendi, è anche quello che tu dai. Cioè se tu invece hai proprio una persona davanti devi lavorare affinché questa persona possa essere tua amica, tu possa essere amico, come dire, non solo amico ma in relazione, cioè non sei un accidente che entra, una scheggia che entra nel suo occhio, ma una cosa che faccia parte della sua esperienza. E qui le scuole di cinema ti raccontano milioni di questi esempi di registi che dopo mesi finalmente riescono ad entrare un po’ nella vita dei propri personaggi, nella vita delle documentari. E allora lì inizia il bello.
Giuseppe Andreatta:
Non che prima sia brutto, però
Alberto Eger:
cambia.
Giuseppe Andreatta:
Se è una fase preliminare necessaria. C’è chi invece prende e gira subito e non è detto che sia sbagliato. Dipende anche cosa si vuole fare, il tempo, l’esperienza eccetera eccetera.
Alberto Eger:
Beppe io adesso vorrei chiederti un esempio pratico o meglio non è chiederti è farci raccontare quello che per te è il foresto. Cos’è il foresto innanzitutto?
Giuseppe Andreatta:
Grazie. Allora, il foresto è una storia che ho in mente e che sto affrontando dal 2015, nel senso che dal 2015 ho scoperto la storia di un illustratore considerato uno dei più grandi del secolo scorso in Italia. Questo signore, di nome Giorgio De Gaspari, lavorava per l’allora Corriere della Sera e a un certo punto, aveva più o meno 40 anni, decise di mollare tutto quanto, sparire non solo da Milano ma proprio dalla circolazione, nessuno sapeva niente di lui e finì a inizio anni 60 in un’isola che è l’isola di Pellestrina, Laguna Veneta, sotto il Lido. Anni 60 un’isola, ok, significa che nessuno sapeva niente di lui, significa che comunque eravamo in un periodo in cui principalmente I lavori in quella zona erano muratore e pescatore, tuttora c’è anche questa prevalenza lavorativa e in più lui si atteggiava, si presentava come un barbone. Per cui questi elementi fanno sì che nessuno si sia mai accorto che a Pellestrina era venuto ad abitare, oppure vagava, il più grande illustratore del secolo scorso. Viene chiamato Foresto. Foresto significa estraneo, straniero, ok. E da qui Giorgio Foresto.
Giuseppe Andreatta:
Lui pian piano iniziava anche a firmarsi nei suoi quadri perché lui definendolo solo illustratore lo riduce perché è un grande uomo di cultura ma anche maestro dell’acquerello di qualsiasi cosa che lasci un segno anche il caffè ha fatto disegni dipinti col caffè col fango con colori con qualsiasi cosa.
Alberto Eger:
Era anche uno sperimentatore.
Giuseppe Andreatta:
Assolutamente sì e Viveva questa sua povertà perché lui si è autoimposto di vivere da vagabondo, da povero. Barattava le sue opere, I suoi quadri per qualcosa di prima necessità, cioè frutta, verdura, un alloggio. Ecco, era una persona che aveva anche senso della gratitudine per cui non voleva rimanere in debito ma anche grandissimo senso della propria bravura, del proprio genio per cui lui non svendeva nulla Cioè non è che I suoi quadri che valevano anche migliaia di euro gli dava così. Ok. Quando arrivò a un certo punto il gallerista di turno, il giornalista, il collega, lui si nascondeva cioè lui non voleva più avere a che fare con la fama, con l’arte nel senso con l’esposizione dell’arte ok anzi le sue gallerie sono diventate nel giro di 40 anni, lui è morto nel 2012, sono diventate le case dei Pelestinotti, dei suoi amici, dei paesani di Pelestrina. Io ho conosciuto questa storia, mi sono un po’ dilungato, grazie a un mio amico, suo potremmo dire vicino di casa, perché lui dopo nel tempo, forresto, è andato a vivere in una palafitta sull’acqua, I cosiddetti casotti, che venivano utilizzati dai pescatori per allontanare le reti puzzolenti dei pesci fuori di casa. Quindi questo casotto a 10, 20, 30 metri in laguna dalla riva lui si è impossessato facendosi aiutare, cioè non ha rubato nulla, anzi ha preso in presito questo casotto da un amico e l’ha trasformato in un’opera d’arte, in quella che alcuni artisti chiamerebbero la Merzbau, cioè questo ammasso di oggetti che vanno a creare… Io rubo la parola di questo mio amico che ha conosciuto il pittore, un atelier, perché lui si rifugiava lì d’estate, quando ovviamente faceva bel tempo, per dipingere, per prendere ispirazione eccetera.
Giuseppe Andreatta:
Però era un ammasso di oggetti che lui buttava continuamente sopra. Non era una discarica, tutto fuorché una discarica. Questo mio amico, mio coetaneo, ha voluto scrivere di lui e il primo libro è uscito nel 2015. Io ero ancora uno studente di cinema e subito alla presentazione del libro dissi ok un giorno farò qualcosa su di lui. Non avevo le competenze, le energie, non sapevo da dove partire quindi feci un primo tentativo per un piccolo concorso perché è importante comunque anche lanciarsi e allora realizzai un cortometraggio di un minuto due minuti la tematica era la luce la tematica del concorso e allora ho detto ma si dai racconto Giorgio Foresto e su youtube non andate a cercarlo subito
Alberto Eger:
da domani mille mila visualizzazioni
Giuseppe Andreatta:
infatti poi negli anni mi scrivevo appunti per questo possibile documentario c’è il cellulare o delle note in giro, mi scrivevo degli appunti. E 2019 andai da questo mio amico per dire dai raccontami un po’ di più di questo Giorgio Foresto, la cosa morì subito, cioè un giorno e basta. Arrivò il covid e come è successo a tantissime persone, il covid è stato anche comunque un modo per dire basta ad alcuni rinvii e lanciarsi in alcuni progetti. E quindi a giugno-luglio del 2020 iniziai a fare I primi superluoghi con questo mio amico Pellestrina a conoscere le persone e già lì stava succedendo qualcosa che per me era incredibile, era interessantissimo, era anche uno dei miei primi progetti fatti in questo modo. Non sapevo dove stavo andando, non sapevo cosa volevo raccontare se non la storia di Giorgio Foresto ed era… Vabbè, aneddoti su aneddoti, insomma tu vai in giro con una videocamerina e un trepiede e la gente ti chiede se sei la Rai, se sei tv 2000 o quello che è allora…
Alberto Eger:
No sono qui per Sky
Giuseppe Andreatta:
alcuni neanche ti potrebbero capire e quindi La cosa è andata avanti e tra il covid e comunque le mie incertezze e il fatto che non avevo nessun budget perché ero partito io da solo, le riprese sono durate due anni. Io ho finito di girare nel settembre 2022 e nel frattempo sono successe alcune cose, mi ero convinto di alcune cose e avevo abbandonato alcune piste, cioè che non potevo escludere la storia di Giorgio Foresto dalla storia di Palestina, cioè le due cose, il territorio e il mio personaggio dovevano andare insieme, anzi erano due personaggi che dovevo assolutamente anche inserire un veicolo, diciamo così, che mi potesse fare da cicerone. Lo sto sminuendo però è proprio un veicolo che mi ha aiutato ed è il mio stesso amico. Cioè nel frattempo questo mio amico ha iniziato a scrivere il secondo libro su Giorgio Foresto. Ho detto ma perché non racconto Giorgio Foresto e Pellestrina attraverso il tuo racconto, cioè la tua sfida letteraria e di conseguenza le sue sfide personali che erano le mie. Perché io e lui volevamo raccontare la stessa persona ma nel mezzo c’era, mi vorrebbe dire, tra dire ferce e mezzo mare, lì c’era la laguna. Io alle prime armi, lui alle prime armi, ma sicuramente più navigato di me, ci siamo lanciati. L’approccio è sempre stato quello di andare con altre due persone, un secondo operatore e un fonico, amici.
Giuseppe Andreatta:
Ma attenzione perché se mi sembrava una vetta altissima quella di partire e girare e qui il discorso che facevo prima, nessuno mi diceva alzati dal letto e vai, fatti due ore di strada in macchina, prendi il traghetto eccetera e vai a prendersi
Alberto Eger:
l’attrezzatura in spalla, rischi l’attrezzatura che si bagni eccetera.
Giuseppe Andreatta:
Esatto. Superata questa vetta, ne è subentrata un’altra che in realtà doveva arrivare prima, ossia l’aspetto produttivo, non solo economico ma proprio di realizzazione del cortometraggio, Perché finché si trattava di chiamare l’operatore, mettersi d’accordo col fonico, chiamare il mio amico, capire se fosse libero, il personaggio, perché noi andavamo di casa in casa a intervistare non solo e c’è da questo va beh riuscivo a organizzare ma l’aspetto produttivo in realtà deve venire prima prima sai se hai le possibilità I soldi come esce come lo distribuisci come l’hai pensato per quale genere di pubblico chi deve vedere questa cosa. Il problema è che io non potevo considerare queste cose intanto perché ora che… Insomma, avrei potuto crepare di vecchiaia se avessi aspettato dei fondi, degli aiuti eccetera. Ma anche purtroppo qualche personaggio è mancato durante il percorso delle riprese. Nel senso che io ho avuto a che fare anche con alcuni alziani, teniamo conto che il Foresto aveva la sua età, è morto a 80 anni e quindi I suoi coetanei ancora vivono, però hanno un’età avanzata. Nel frattempo durante le riprese, durante questi due anni, è mancato qualcuno e alcuni li ho ripresi altri no poi è anche vero che I documentari hanno bisogno di tantissimo tempo tantissimo tempo realizzativo e produttivo cioè se tu porti una tua idea possono bastare anche cinque anni prima che quell’idea sia realizzata e quindi la gestione del tempo può rovinarti, ma anche devi essere motivato, devi ricalibrare le tue motivazioni e il tuo progetto eccetera. Il bello, ed è quello che piace a me, è che io devo essere perennemente in ascolto di quello che vedo, di quello che sento e devo lasciare spazio all’imprevisto.
Giuseppe Andreatta:
Non imprevisto inteso come il treppiede si spacca oppure abbiamo perso la coincidenza dell’autobus, ma l’imprevisto è quello che mi può proporre il personaggio, quello che è diventato il personaggio, quello che è successo tra personaggi. Cito un’altra cosa, io non sono un’ultra citazionista, ok? Bisogna sempre limitare. C’è un po’ il vizietto nelle scuole di citare, citare, citare e ci si perde. Però gli esempi se servono per misurare quello che facciamo servono, se no buttate via, è spreco di memoria e di tempo. Durante la realizzazione di un altro documentario due personaggi stavano assieme nella realtà. Durante la creazione del documentario, durante le riprese, questi due personaggi sono lasciati. Cosa fare? Obbligare queste due persone non attori, non professionisti a rimanere sempre? No. Ma non solo dal punto di vista, come dire, realizzativo fare in modo che una cosa brutta diventi bella, ma anche dal punto di vista narrativo.
Giuseppe Andreatta:
Cioè, questa cosa può arricchire la mia storia? Si spera di sì. In quel caso è stata una mossa curiosamente vincente. Nel mio caso, riprendere un personaggio del documentario foresto che non è ancora stato montato devo essere chiaro.
Alberto Eger:
0 totale o no no no no
Giuseppe Andreatta:
siamo siamo a buon punto però non è ancora stato terminato.
Alberto Eger:
Completato.
Giuseppe Andreatta:
Esatto e Io ho ripreso un personaggio che dopo due settimane è mancato. Una persona anziana, una persona malata e tra l’altro forse il personaggio più importante, uno dei personaggi più importanti. Io per me è stato un duro colpo, anzitutto per la mancanza di questo che era un amico. Però è stata una cosa importante, uno lo può interpretare come vuole, è un segno, è qualcosa che mi deve motivare o cosa. Sicuramente io ho pensato se avessi aspettato, perché sto parlando di agosto 2020, se avessi aspettato io non avrei più portato con me questo bagaglio molto ricco. Dopo c’è stato una location cambiata per cui un bar centrale per la vita di tutti I giorni del foresto io ho fatto in tempo a vedere in un modo dopo due anni è stato stravolto perché per cambio di gestione di direzione del delle persone qualcuno non voleva farsi vedere altri sì qualcuno non voleva raccontare il foresto altri sì E quello che andrò a raccontare probabilmente durerà un’oretta e anche troppo.
Alberto Eger:
È un lungo mitraggio.
Giuseppe Andreatta:
Sì, assomiglia più a un lungometraggio ed è un po’ quello che dicevo all’inizio, cioè iniziamo con quello che è a nostra misura, sbagliamo n volte e dopo ok. È stato forse un passo un po’ troppo lungo quello di iniziare con non il foresto ma con qualcosa che duri un’ora. Poi se magari col montaggio riesco a portarlo a 30 minuti ok, però io ho fatto due anni di riprese, ora siamo fine 2023.
Alberto Eger:
Il cavolo che viene corto questa
Giuseppe Andreatta:
cosa! Esatto! Va beh, fai esperienza.
Alberto Eger:
Qual è il momento più difficile e il momento più bello di questo documentario?
Giuseppe Andreatta:
È pura anedotica e forse anche banale. Una mattina devo riprendere l’alba e la nebbia febbraio più o meno 2022 si parte alle 4 di mattina da casa buio mi accorgo che non avevo le schede sd vabbè mancano 20 minuti non torno a casa Vado e lo trasformo come un vero superluogo. Cioè, vado, guardo e la prossima volta so come muovermi. Ho trovato l’alba più bella della mia vita, ok? Non l’ho ripresa.
Alberto Eger:
Chiaro. Cosa
Giuseppe Andreatta:
che se avessi avuto un super mega cellulare probabilmente, insomma avrei forse anche raccolto qualche materiale, però non avendo il cellulare, non avendo I mezzi, ho detto… Biiip. Ok, ho detto qualcosa. È stato un enorme dispiacere, però lì ho preso le misure per la settimana dopo sempre per il discorso di autodeterminarsi. Lì è stata una spiacevole avventura, la settimana dopo ho ripreso comunque la mia alba con la nebbia, meno carina ma comunque l’ho fatta ecco. Questa è una cosa di realtà da poco, sarebbe stato molto più grave se avesse avuto un evento unico, perché dopo abbiamo ripreso anche delle gare di… Delle regate esatto, mi suggerisce la regina. Volevo utilizzare il termine tecnico della barca che utilizzano perché sennò mi ammazzano se dico canoa.
Giuseppe Andreatta:
Però vabbè una regata storica e se mi fossi dimenticato la scheda, una batteria scarica. Sarebbe stato diverso. Assolutamente. Ogni giorno poteva essere bello perché comunque era un giorno in più rispetto a quello precedente. Vuol dire che la cosa andava avanti ma questo comunque lo vivo tuttora perché il documentario non è finito e quindi manca ancora molto.
Alberto Eger:
Quando sarà pubblicato e dove questo documentario?
Giuseppe Andreatta:
Non posso rispondere, non perché non voglio, ma perché siamo in una fase in cui proprio perché ho saltato alcuni preliminari ora la vita si fa più difficile. Una cosa importante che I film invecchiano, invecchiano nella propria testa, È importante che prima che sia troppo tardi esca. Magari mutato, magari diverso da quello che avevo pensato in origine. Non è detto che sia una cosa negativa però deve andare. Io lo voglio portare ai festival quindi per me quello è l’obiettivo. Non saprei le tempistiche. Prima mi ero dato… Le tempistiche vengono sempre date a lungo termine però con dei paletti.
Giuseppe Andreatta:
Ero partito con… Bene, realizzo il trailer e entro tot data. Ci ho messo un anno in più. Perché? Perché a quel punto ho detto finisco tutte le prese e poi faccio un teaser, un trailer. Il trailer adesso c’è, però ho anche, ripeto, un premontato che dura un’ora e mezza, però non è il montaggio finale ovviamente.
Alberto Eger:
Io ti ringrazio tantissimo di aver condiviso questa cosa, anche perché so che non è facile, e ti ringrazio di aver condiviso proprio il tuo processo. Tutto quanto, le difficoltà, le parti belle, le parti meno belle. Il fatto che in questo lavoro, in questo progetto, in questa missione che stai portando avanti, hai imparato anche tu, ci sono degli sbagli, li stai affrontando adesso, quindi è molto bello. Io sento qua, ok, una pressione da parte di Eva, la nostra ragazza, la nostra collaboratrice, che so che ha domande per te, ce le sento, sento proprio una pressione sopra di questa cosa. Quindi lascia un po’ di spazio a lei di questa cosa qua. Fate finta come se io non ci fossi più. Lascio voi.
Eva Micke:
Allora innanzitutto grazie mille. Io ho sentito Retroscena, è stata una puntata sicuramente molto interessante e volevo complimentarmi veramente perché anche io vengo da una scuola di regia e di sceneggiatura e mi sono sentita dire, come penso sia successo anche a te, che in Italia è molto molto difficile fare strada nell’ambito del cinema, che siano cortometraggi, che siano film, che sia anche semplicemente partecipare a una serie televisiva. E quindi niente, sono veramente contenta di sentire qualcuno che ci ha riuscito e niente bravo!
Giuseppe Andreatta:
E vai! No, c’è tantissima strada, è anche importante dire che io per ora non sono arrivato da nessuna parte. Vado per tentativi, ne discuto con tantissimi miei amici che sono nel mio stesso percorso, al mio stesso punto e non mi definisco anzi, assolutamente no, non mi definisco arrivato o cosa, anzi le soddisfazioni sono arrivate e dopo quando raggiungi una soddisfazione vuoi qualcosa di più, qualcosa di più eccetera. Sicuramente non ho più lo sguardo di chi è al primo, secondo o terzo anno di università o che è appena uscito dal percorso di studi. Sicuramente no. Quindi grazie ma comunque nel senso siamo molto più vicini di quanto tu possa immaginare. Per quanto mi riguarda, cosa posso dire? Non mi hai formulato una domanda ma secondo me…
Eva Micke:
No, sì, la domanda è stata, cioè, nella mia testa è come sei riuscito a mettere da parte le tue insicurezze, perché ovviamente eri le prime armi, e a mutare un po’ quella voce che molti si sentono dire ok forse non sei pronto c’è qualcuno che sa fare meglio di te.
Giuseppe Andreatta:
Quella vocina ci sarà sempre, qualcuno sa fare meglio di te e tanti, tantissimi. Qui si può anche affrontare la cosa come se dal punto di vista un po’ più esistenziale, cioè sono tagliato per fare questo, però lasciamola in disparte. Riprendo un po’ quello che ho detto prima cioè è importante capire a meno che tu non sia, non abbia I tuoi soldi da investire, cioè ne abbia tanti, a meno che tu non sia figlio di qualcuno che lavora nel settore quindi abbia, senza nulla togliere, ma qualche agevolazione che io non ho avuto, a meno che tu non sia in una situazione privilegiata a 360°, c’è tanto che devi fare. Per questo è importante capire subito cosa ti piace. Perché noi oggi abbiamo parlato di video making, di cinema, di regia eccetera ma c’è tantissimo altro ok? Capisci cosa vuoi fare e ti butti e questo vale per qualsiasi mestiere, qualsiasi passione. In Italia io non conosco molto l’esperienza all’estero però so che in Italia l’Italia è romanocentrica, cioè Roma per buoni e ovvi motivi al centro dell’industria. Siamo fortunati che adesso in questi anni in veneto si sta muovendo qualcosa grazie alla veneto film commission e quindi se uno vuole avere un qualche info o vuole addentrarsi consiglio di iscriversi al database della Veneto Film Commission nel sito, facilissimo, io sono partito anche da lì e può esserci un aiuto da quello. Altrimenti io dico vuoi rischiare, vuoi voltare pagina, vuoi iniziare a bomba, cioè quindi andare dove ci sono tanti lavori vai a Roma.
Giuseppe Andreatta:
Qualsiasi cosa tu voglia fare nel mondo del cinema però ok, qualsiasi cosa non sto parlando solo di regia. Non sarà sicuramente una esperienza negativa, Difficile perché sono andato molto spesso anche io a Roma, non per lunghissimi periodi. Esperienze del 7 poi ti mettono alla prova, soprattutto se sei giovane, se sei alle prime armi, ma Lì è un buon campo di battaglia. Dopo uno, magari dopo due o tre anni, si fa le sue esperienze e dice no voglio fare alto. Benissimo, si è in tempo. Ciò non toglie che comunque il Veneto sia un’ottima location per…
Eva Micke:
False ripartimento.
Giuseppe Andreatta:
Esatto, assolutamente. Ma non solo, a Venezia ci sono un sacco di film, di produzioni, io ho iniziato con Venezia quindi sono l’esempio di questa cosa qua. Capisci subito cosa ti piace, cerchi di capire come ottenerla, fatti aiutare, chiama, scrivi, cerca di ottenere dei no se non ti rispondono alle mail. Meglio avere dei no che delle non risposte. Non si può essere amici di tutti quanti, non si può essere più bravo di tutti, però dare proprio contributo, fare ciò che piace è fattibile. Ripeto, dopo una riflessione bisogna sempre farla anche con il percorso di studi, con il percorso di formazione. Su quello sì, magari c’è bisogno di una riflessione ad ampio raggio in Italia, cioè capire bene se I corsi che ci sono adesso possono essere utili. Io ho iniziato con una triennale, che mentre ero dentro la criticavo molto.
Giuseppe Andreatta:
Quando sono uscito ho detto avessi studiato di più oppure avessi approfondito alcune cose. Poi il Dams, nel mio caso, è un percorso teorico, critico, storico del cinema. A parte alcuni laboratori, nessuno mi ha insegnato a prendere una videocamera, a capire qual è la cosa migliore eccetera. E quindi devi senza paura lanciarti. Non so se ho risposto.
Eva Micke:
Grazie
Giuseppe Andreatta:
a te.
Alberto Eger:
Mi riprendo la scena io penso che ci sarà un’altra puntata con te perché è molto bello quello che Eva ha chiesto te e che secondo me vorrebbe ancora chiederti che abbiamo stoppato così ma sarebbe proprio bello approfondire queste tematiche qua che sono tematiche estremamente attuali detto questo io ti ringrazio tantissimo come sempre dobbiamo parlare 25 minuti non riuscirò mai a parlare più di 20 minuti, cosa dico? Siamo arrivati a un bel tempo.
Giuseppe Andreatta:
Colpa mia.
Alberto Eger:
Veramente, grazie della tua esperienza. Ho altre mille domande che vorrei approfondire, più nella parte di video making, che è di filmmaking in questo caso, le teniamo per una puntata successiva quindi grazie grazie grazie di essere stato qua. Noi ci vediamo e ci sentiamo e ci ascoltiamo alla prossima puntata e Scopriremo qual è il prossimo ospite.
Giuseppe Andreatta:
Ciao ciao!


