Alex Faedda: Da Ingegnere a Videomaker, Un Viaggio di Passione e Creatività
Hai mai sognato di lasciare tutto per seguire la tua passione? Alex Faedda l’ha fatto, trasformando il suo amore per il video-making in una carriera entusiasmante. Nell’episodio di “Behind The Video” dedicato a lui, scopriamo come Alex abbia cambiato rotta, dall’ingegneria alla creazione di contenuti video che raccontano storie uniche e coinvolgenti.
Un’avventura in India che Cambia la Vita
Immaginate di trovarvi in India, con attrezzature limitate e sfide quotidiane. Questa è stata la realtà di Alex durante una delle sue spedizioni più memorabili. Questa esperienza non solo ha messo alla prova le sue abilità creative, ma ha anche offerto lezioni preziose sull’importanza dell’adattabilità e della risoluzione dei problemi in situazioni meno che ideali. Le storie di Alex dall’India non sono solo avvincenti, ma servono anche da ispirazione per videomaker e creativi che cercano di superare i propri limiti.
La Filosofia di Lavoro: Autenticità e Dedizione
Nel corso dell’episodio, Alex condivide la sua visione del lavoro autonomo, ponendo l’accento sulla costruzione di relazioni genuine con i clienti e sulla consegna di lavori che superano le aspettative. La sua dedizione all’autenticità e alla qualità si riflette in ogni progetto che porta a termine, mostrando che la passione può davvero fare la differenza nel risultato finale.
I Segreti della Post-Produzione e la Scelta dell’Attrezzatura
Per Alex, ogni dettaglio conta, soprattutto in post-produzione, dove la visione diventa realtà. Condivide strategie e consigli su come elevare il proprio lavoro, sottolineando l’importanza di una buona post-produzione e di una scelta oculata dell’attrezzatura. Questi consigli sono oro puro per chiunque nel settore cerchi di migliorare la propria arte.
Un Episodio Imperdibile per Ogni Creativo
Questo episodio di “Behind The Video” non è solo la storia di un cambio di carriera riuscito, ma un invito a seguire la propria passione con coraggio e determinazione. La conversazione con Alex Faedda è un tesoro di ispirazioni, tecniche e filosofie di vita che ogni videomaker, fotografo, creativo, o professionista nel settore digitale troverà non solo utile ma anche profondamente motivante.
In conclusione, l’avventura di Alex Faedda è una testimonianza potente di come la passione, unita alla dedizione e all’innovazione, possa trasformare non solo la carriera di una persona, ma anche ispirare una comunità intera. Sei pronto a lasciarti ispirare e a spingere i confini della tua creatività?
Trascrizione
Alex, benvenuto in questa chiacchierata che facciamo io e te oggi sul mondo del video.
Alex Faedda:
Grazie mille, grazie mille Alberto.
Alberto Eger:
Sono molto contento che tu sia qua. Normalmente chiamo le persone a parlare qui con me perché ho visto qualcosa in loro che o mi ha ispirato o mi ha detto io voglio lavorare con quella persona lì per qualche motivo e nel tuo caso entro subito nel vivo poi ci racconti chi sei tu. Nel tuo caso sono state due cose. Il primo, quando dopo esserci conosciuti ho visto I tuoi video di bike flip, quelli che avevi fatto come promo per cui ho fatto anche una piccola parte, sono stato all’interno come effetti video e quando ho visto quei video ho detto io con Alex devo lavorare, io come Weist, noi come Weist con Alex dobbiamo lavorare, prima cosa, Perché in quei video ho visto la qualità, ho visto la storia e mi è piaciuto da matti. La seconda è il tuo modo, il tuo approccio che hai verso tutto. Che sei carico, sei pieno di energie per fare le cose e queste due cose mi sono piaciute tantissimo. Vorrei che adesso ci raccontassi chi è Alex Faedda.
Alex Faedda:
Allora, bella domanda. Alex Faedda nasce come operito meccanico perché io ho studiato meccanica, meccanica meccatronica, ho fatto ingegneria e sul più bello diciamo che mancava veramente poco perché in realtà potevo continuare, ho detto basta e banalmente ho iniziato a fare foto e video già delle superiori per qualche amico, però non avrei mai pensato che sarebbe diventato il mio lavoro.
Alberto Eger:
La tua strada?
Alex Faedda:
Sì, sì, sì, proprio per niente. Mi divertivo un sacco, mi divertivo veramente tantissimo. Mi svegliavo la mattina presto, andavo in montagna, poi andavo con gli amici in bicicletta, facevamo le foto, facevamo I video. Poi quando sono arrivato alle GoPro è stato una cosa spaziale, perché sai che avere questa cosa grande veramente 5 cm per 3 uscivi schiacciavi rack e via e poi quello che succedeva succedeva tornando a casa E poi in realtà è svoltato tutto perché un bel giorno mi sono reso conto che, caspita, era una cosa che mi piaceva veramente. Ma non piaceva nel senso… Sai, anche mangiare la pizza ti piace, dico sempre, però ti piace fino a un certo punto. Mentre invece quando ti metti, ti metti lì, sei davanti al computer, dopo che hai magari registrato determinate scene eccetera, le metti assieme e vedi cosa viene fuori, quello secondo me è proprio un qualcosa che un po’ devi avercelo dentro e niente, è diventato da un bel po’ di anni per fortuna il mio lavoro un po’ tra virgolette per caso in realtà perché è nato da un amico che ha diciamo un’azienda, I genitori hanno un’azienda e ridendo e scarzando un bel giorno mi fa ma te non è che vorresti provare a fare un lavoro serio? Ok. E ho detto va perché no proviamo vediamo cosa succede però gli ho detto guarda io non ti garantisco niente insomma di base quello che faccio è farlo un po’ per passione, anche perché poi la prima macchina fotografica come penso anche te, l’ho riuscita a raccattare diciamo racimolando qualche mancia di qua e di là perché non lavoravo, avevo 15 anni per cui E niente ho iniziato così di base.
Alex Faedda:
Quello è stato il primo vero lavoro nel lontano 2017.
Alberto Eger:
Azienda di? Ti ricordi?
Alex Faedda:
Sì, sì, mamma mia. È tutt’ora un mio cliente, uno dei miei più seriali clienti. È un’azienda che fa componentistica per le bici da corsa e per la mountain bike e abbigliamento per bici da corsa. E’ grave in generale.
Alberto Eger:
E quindi già avevi iniziato al tempo in un mondo che è poi quello tuo in cui lavori principalmente adesso mi viene da dire che è un mondo Bici ma bici è un po’ riduttivo, sport in generale è corretto questo?
Alex Faedda:
Sì, sì, sì, sì, sì, sì. Diciamo che Alex dal punto di vista personale nasce comunque un po’ come atleta, un po’ come la voglia, neanche come atleta professionista, ma un po’ come atleta un po’ tra virgolette tutto fare, quindi il correre in montagna piuttosto che andare in bici, piuttosto che andare a sciare, eccetera. E da lì, secondo me, è nata anche la passione del videomaking e della fotografia. Quindi il fatto di voler raccontare quelle cose che facevo, inizialmente non a un grande pubblico ma semplicemente ai miei cari, più che tutto che sai, all’amico con cui hai condiviso quell’esperienza eccetera. E poi Alex come fotografo e videomaker nasce appunto nel mondo outdoor, quindi mondo sport a 360 gradi.
Alberto Eger:
Qual è stato l’inizio proprio, tu mi hai raccontato questo primo lavoro che tu hai fatto, qual è stato poi mentre eri all’università quello scatto che ti ha fatto dire questo è quello che voglio fare. C’è stato un video particolare, c’è stato un’esperienza, c’è stato un qualcosa che ti ha indirizzato e detto io mollo questa strada non perché non riesca ma perché desidero andare in un’altra.
Alex Faedda:
Allora c’è stata ed è molto buffo perché io frequentavo l’università a Padova e tutti I giorni facevo il pendolare quindi non abitavo a Padova, abitavo qua a Romano Dezzelino e di base un giorno stavo tornando a casa ero in treno e era una giornata veramente limpidissima guardando la montagna e ho detto ma cazzo rola ma chi me lo fa fare di stare qui a fare una cosa che probabilmente un domani magari neanche farò perché sai te cosa succede. E quindi quel giorno sono tornato a casa e ho detto basta, fine. Cioè da un giorno all’altro io non ci vado più all’università, fine. Ora è il momento di provare a seguire un’altra strada.
Alberto Eger:
Qual è stata la tua prima attrezzatura che hai preso per iniziare questo lavoro?
Alex Faedda:
Allora, la prima attrezzatura è stata, in realtà era un’attrezzatura che avevo già, che era una camera che mi ero comprato per passione. Era la Sony a6000, la a6000 in realtà. Quindi no 4k, no slow motion, niente. C’era il full hd. Vi sono reso conto abbastanza in fretta che era un bel limite. I primi lavori veri diciamo ai quali ho staccato la fattura, piccoli piccoli erano comunque piccoli shooting o piccoli video di prodotto, sempre in ambiente outdoor però erano piccolini. Con I soldi poi di quei piccoli lavori ho cercato di migliorare l’attrezzatura che poi ho preso ricordo una 6500 della sony sempre e poi una 7s2 che sono state diciamo le mie main per un bel po di anni.
Alberto Eger:
Si investe piano piano? Si, ogni tanto
Alex Faedda:
si fanno anche investimenti sbagliati si pensa di andare in una direzione poi ci si rende conto che…
Alberto Eger:
Mi faresti un esempio di questa cosa che è interessante?
Alex Faedda:
Mamma mia mamma mia prima di aver deciso di passare a Sony avevo una Panasonic e prima ancora, quindi anni addietro, avevo Canon Canon secondo me dal mio punto di vista molto diciamo con approccio scientifico
Alberto Eger:
Dillo, dillo, dai che arrivano gli haters. Ingegneristico. Vai dillo, dillo. No, in
Alex Faedda:
realtà dal mio punto di vista era la camera perfetta perché? Perché faceva le foto, faceva I video, aveva tutte le funzionalità di una camera e di una videocamera in un corpo compatto, la Canon R5. Bella. La realtà dei fatti qual era? Era che era una camera talmente spinta secondo me che rischiavi di non fare bene né uno né l’altro non so come dire perché hai un file almeno io mi ero trovato ad avere un file di lavoro dal punto di vista foto pesantissimo un file dal punto di vista video ancora più pesante quindi o registravi in ProRes su un registratore esterno su un atomo su quello che dovevi avere o facevi veramente fatica a gestire I file perché all’epoca non esistevano ancora diciamo
Alberto Eger:
così spinti. Era troppo avanti per il tempo forse.
Alex Faedda:
Sì sì sì probabilmente adesso no cioè nel senso magari con gli strumenti che ci sono adesso dal punto di vista della post produzione non è un problema però in quel momento era veramente esagerata cioè era una gestione file veramente difficile anche dal punto di vista dell’archiviazione,
Alberto Eger:
cioè tornavi a casa dopo un lavoro con anche un tera di materiale. Paradossalmente si pensa sempre a volere avere il massimo di attrezzatura, la cosa più avanzata, quando poi ti trovi in queste situazioni in cui hai il contrario, ti trovi in difficoltà con quello che stai avendo.
Alex Faedda:
Esatto, esatto. E oltre a questo il limite che io avevo visto non era in me, ma era anche nei clienti, perché se tu ti metti anche nel punto di vista diciamo del cliente, il cliente quando viene a pagarti il lavoro non paga solo la tua prestazione dal punto di vista del video making e della post produzione, ma paga quella che è l’archiviazione, quella che è comunque l’attrezzatura che stai utilizzando, paga diciamo la gestione anche dei file, perché comunque avere un tera di materiale da archiviare ad ogni shooting ha un prezzo diverso piuttosto che averne 300 di giga capisci?
Alberto Eger:
Decisamente sì.
Alex Faedda:
E da lì poi appunto parlando di investimenti sbagliati sono passato a Panasonic con la quale in realtà mi trovo veramente bene.
Alberto Eger:
Mi ricordo l’hai usata tanto.
Alex Faedda:
L’ho usata tantissimo per fare foto, per fare video. Era veramente una camera che aveva come unico limite forse il fatto di non essere conosciuta secondo me.
Alberto Eger:
Sì la Panasonic effettivamente non è così conosciuta però a livello di specifiche io non l’ho mai avuta parlando un po con te parlando con altri videomaker però si sono sempre trovati molto bene con una camera così ed è paradossale perché anche il costo è molto più accessibile rispetto ad altre. Penso che per avere le stesse caratteristiche su una Sony devi spendere molto di più, su una Canon devi spendere di più. Quindi è pazzesca questa cosa qua.
Alex Faedda:
Per quasi le stesse caratteristiche ci vogliono diciamo 1000 euro in meno su una Panasonic rispetto a una Sony o una Canon e nonostante costasse meno mi sono reso conto che poi era comunque un investimento sbagliato tra virgolette.
Alberto Eger:
Ok. Capita, gli investimenti sbagliati ci sono?
Alex Faedda:
Sì poi in realtà sbagliato, più che sbagliato parlerei di un investimento che non andava a coprire a 360 gradi le tue necessità.
Alberto Eger:
Salto di palo in frasca
Alex Faedda:
per
Alberto Eger:
entrare nella tua parte un po’ più creativa. Uno dei lavori che quando mi hai raccontato mi ha più colpito di te sono state le missioni, perché è una cosa che spinge al limite quello che è la capacità del videomaker e quello che è invece il resto. Ti va di raccontarci qualcosa?
Alex Faedda:
Beh in realtà io di missioni mi immagino, intendi un po’ le spedizioni, quello
Alberto Eger:
un po’ ok. Le ho chiamate missioni. Ma
Alex Faedda:
va benissimo, perché in realtà sono un po’ delle missioni, è davvero. Quella più bella, che è stata anche probabilmente l’unica vera spedizione, è stata in India nel 2019. Ho avuto la fortuna, in quel periodo collaboravo con un’agenzia. Di base è successo che mi è stata fatta una proposta su due piedi, eravamo al tavolo seduti un po’ come siamo tu e io adesso Alberto e mi è stato detto, anzi stavo sentendo che stavano programmando questa spedizione e ho chiesto per curiosità perché ero semplicemente ed ero veramente curioso dove andate di bello? Andiamo in India, cioè vanno in India. Vuoi andare anche tu? E gli ho detto beh se me la metti così sì, cioè io non dico di no a queste possibilità perché perché no sì. Allora Dammi due giorni che mi sento con I producer di tutto e ti faccio sapere. Due giorni dopo mi hanno detto hai il passaporto? No? Bene, meglio che lo facciamo perché devi partire per l’India tra un mese.
Alberto Eger:
Ah così proprio?
Alex Faedda:
Sì, è stato proprio così.
Alberto Eger:
E qual era l’obiettivo di questa spedizione?
Alex Faedda:
Diciamo che nell’aprile del 2019 un climber austriaco di nome Hans-Jörg Hauer è venuto a mancare in una spedizione in Canada se non sbaglio. Sempre lui insieme a un altro gruppo di climber avevano deciso di andare in India per andare alla scoperta di questo posto chiamato diciamo Baspa Valley. Questo posto diciamo che è un po’ un piccolo paradiso per chi ama arrampicare, perché è una valle di granito molto vasta, molto ampia, nella quale hai diciamo mille possibilità. Però era ancora sconosciuta e lo è tuttora perché in realtà non ci sono grandi diciamo masse di turismo occidentale e L’idea era quella di andare là e raccontare come I ragazzi, dopo la morte di questo climber, anzi alpinista più che climber, avevano deciso comunque di portare a termine la missione o la spedizione che avevano prefissato assieme a lui. Era semplicemente raccontare, diciamo, una spedizione in onore di questa persona. E così è stato. È stato un po’ andare lì per un mese. Un mese di viaggio.
Alex Faedda:
Sì, sono partito il 25 o 26, non ricordo, di settembre e sono tornato il 26 o 27 di ottobre. È stato bello, è stato veramente bello.
Alberto Eger:
Perché vivi, vivi quell’esperienza lì.
Alex Faedda:
Sì, non è lavoro, cioè non è un andare lì per dire adesso vado lì e lavoro, cioè in realtà nella tua testa lo sai che tu sei lì e non puoi perdere tempo perché qualsiasi cosa accada è comunque qualcosa da raccontare, è qualcosa da far vedere. Non c’è nulla di preparato, quindi non sai quando accadrà quella determinata cosa, quando magari, sai, verrà fatta una battuta che probabilmente magari sarà anche la cosa più bella di tutta quella spedizione, quando verrà detta quella cosa. Ti faccio un esempio. Il video si… Diciamo è anche la spedizione hanno preso il nome di unknown factors che quindi è un po’ tutti I fattori sconosciuti che ti possono capitare durante un viaggio così. Esatto. Però il presupposto di partenza iniziale era quella cosa chiamata serendipity. È un concetto che racchiude la serenità di fare le cose e la spensieratezza.
Alex Faedda:
Ok, si era partiti con questo presupposto, quindi si doveva andare a far a far sì che un po’ tutta questa spedizione parlasse di quello quando poi in realtà ha parlato di tutt’altro e quello secondo me è la cosa più bella che ti può portare un viaggio del genere il fatto di non sapere appunto cosa accadrà di avere
Alberto Eger:
dei fattori sconosciuti che ti aspettano e poi in realtà sono una figata. È bellissima questa cosa perché molto spesso quando facciamo I video si pensa allo storyboard, si pensa alla preparazione, preparo tutto, penso a tutto quello che mi serve. In quella situazione pensi
Alex Faedda:
a quello che potrebbe servirti ma devi stare pronto a vivere tu stesso quella situazione lì. Assolutamente, assolutamente sì. E poi non ti nego che se ogni tanto io magari riguardo il video, tutte le cose accadute in quelle situazioni me le ricordo. Sebbene io magari non ho filmato tutto 360 gradi perché comunque eravamo in due e poi il video non l’ho montato io. Però in ogni caso essere lì diciamo e poi tornare a casa e riguardare quelle immagini ti fa tornare alla mente proprio tutti quei momenti e tutti I ricordi, tutti quanti, dal primo all’ultimo, ed è qualcosa secondo me di molto molto importante nel nostro lavoro, perché ti fa ricordare che spesso non è sempre tutto scritto, non deve essere sempre tutto uno storyboard o mood board da seguire. Ogni tanto è anche bello improvvisare, fare qualcosa di un po’ appunto fuori dalla nostra zona di comfort. Come ti eri cercato di preparare per questo tipo di lavoro? Se
Alberto Eger:
qualcuno ci guarda e desidera pensare, vedo che ridi quindi penso di conoscere già la risposta, però se qualcuno vorrebbe intraprendere questa tipologia di video Come si deve preparare a non essere preparato?
Alex Faedda:
Bravo. Allora, non puoi essere preparato. Non puoi essere preparato secondo me, primo perché arrivi in un paese dove non sei mai stato. Almeno io non ero mai stato, io sono stato in India e io non ero preparato all’India. Avevo visto prima degli altri paesi, sono stato, ho girato abbastanza l’Europa, paesi scandinavi, sono stato in Africa. Ho visto un po’ di cose. Però quando sono arrivato in India, la mia testa si è fermata. Ti dico solo che la prima frase che ho detto uscito dall’aereo è stata madonna che puzza! Ma proprio così, cioè, ma mi è venuto naturale e poi mi sono reso conto che non era puzza, è l’odore che c’è lì, È un odore acre, forte, ti entra dentro e lo senti proprio.
Alex Faedda:
Cioè l’odore del luogo. Sì, è l’India. Cioè se non fosse così, diciamo, non ci fosse quell’odore non sarebbe l’India. Però vabbè, diciamo che di base io sapevo che sarei andato in alto. Sarei stato diciamo di base in un villaggio a 3000 metri e poi nei campi base sarebbero stati a 4000 e 2 o giù di là.
Alberto Eger:
Che comunque non è facile.
Alex Faedda:
Sì o no, dipende dalla persona. È una cosa che è singolare. Non ti prepari a non stare male in montagna. C’è chi sta male, c’è chi non sta male. In realtà là non ero semplicemente pronto, non sapevo cosa aspettarmi, l’unica cosa che ho detto è pronte, questa estate anzi nel mese in cui non sono qua, che non parto, ho detto vabbè vado in montagna cerco di stare più possibile in alto vado su a fare tutti I 3000 che trovo qua in zona e li faccio e vedo cosa succede e così ho fatto.
Alberto Eger:
Provo a capire che cosa vuol dire.
Alex Faedda:
Stare in alto, dormi in alto, vai a bivaccare, bivacchi in alto, fai qualcosa vabbè E diciamo che di base mi sono preparato così, ma senza grandi pretese. Poi quando sono arrivato là, mi sono divertito prima di venire qua, però non è servito a niente perché la cosa a cui non sei pronto è la mentalità delle persone indiane. La cosa a cui non sei pronto è il modo che hanno di vivere, la cosa a cui non sei pronto, che secondo me fa più ridere, è che quando ti fermi in un locale, tra virgolette, passami in termini locale, lungo la strada è una baracca, ok, con quattro pali, una laniera sopra, che ti fai caffè o ti fai il chai, che è un tipico tè locale, che è tè e latte. Oppure ti fermi a mangiare, magari a pranzo, e cerchi il posto, diciamo, più, come si può dire, che si addice alle tue necessità ed esigenze. Lì non hai Google Maps che ti dice fermati qua perché quei posti non sono segnati su Google Maps. Ci sono semplicemente queste baracche che le vedi. Poi per fortuna hai I driver e gli autisti che ti portano e ti dicono guarda qua puoi mangiare qua non puoi mangiare. Però una cosa con cui non sei abituato è che tu ti siedi al tavolo loro prendono dai presenti I bidoni blu quelli dove tiri su l’acqua? Sì.
Alex Faedda:
Quelli per gli orti. Ecco loro raccolgono l’acqua piovana la poi prendono una brocca la riempiono te la mettono sul tavolo e te la danno a bere e ti dicono bene questa è l’acqua e tu dici ma sai cosa oggi non bevo, sto bene così.
Alberto Eger:
Oggi ho deciso di non bere. Esatto
Alex Faedda:
e questo secondo me è la cosa cui non ti puoi preparare, cioè ci sono cose inaspettate, proprio appunto un known factors. Devi pensare un attimo anche prima di fare le cose che qui ti vengono naturali. Concludiamo questo discorso con qual è stato il momento più difficile di questo viaggio? Sicuramente c’è stato un momento in cui ero da solo in campo base che stavo aspettando due alpinisti che stavano facendo una via. Era il secondo giorno che ero completamente isolato. Lì non hai il telefono, non hai niente perché non prende niente. C’eravamo, diciamo, io la tenda, il cibo che mi ero portato e basta. Poi il telefono lo usavo per ascoltare la musica. Però in quel momento ho detto…
Alex Faedda:
Più che difficoltà mi stavo veramente a una certa annoiando perché ho finito di leggere il libro che avevo. Avevo finito di fare tutte le cose che potevo fare e ho avuto un momento di noia, ma proprio noia, nella quale non non avrei saputo che fare, perché da una parte dici se mi allontano, vado a farmi un giro, succede qualcosa, ciao sei spacciato, perché chi ti becca più? Certo. Stare qua mi annoia, comunque devo fare qualcosa e quindi in realtà è stato un momento di noia molto pesante. Molto forte. Sì però in realtà il resto
Alberto Eger:
è stato veramente bellissimo. Riprendevi tutto, riprendevi solo alcune cose, avevi sempre la videocamera in mano. Come gestivi il tuo lavoro di videomaker o fotografo lì?
Alex Faedda:
Videomaker, in realtà un po’ tutte e due cioè principalmente l’obiettivo era quello di tornare a casa con un video e in realtà il 90% del tempo avevo la camera in mano Chiaramente mentre mangiavamo mentre avevamo quei momenti diciamo di pace anche con tutti gli alpinisti che c’erano lì eravamo tranquilli, non tenevamo le camere anche per avere un attimo di stacco per stare tra di noi o comunque creare anche un rapporto con queste persone perché comunque ci devi passare un mese assieme non sono due giorni.
Alberto Eger:
Sei in una situazione talmente particolare che o te la vivi così o te la vivi malissimo.
Alex Faedda:
Sì ma poi io penso anche che comunque non sia, non so come dire, ma non sia da tutti andare a fare una cosa del genere. Sia dalla parte di chi va là per lavoro a fare I video sia dalla parte di chi va là per lavoro a fare I video, sia dalla parte di chi va via come atleta. E quindi comunque da entrambe le parti secondo me si trova una mentalità molto aperta, una mentalità molto pronta al cambiamento immediato anche mi viene da dire, no? Quindi a quella situazione in cui accade qualcosa devi comunque essere abbastanza pronto da dire boh, agiamo in questo modo. Certo. E quindi in realtà ti trovi bene. E per questo motivo il 90% del tempo avevo la camera, però c’erano quei momenti in cui la camera te la dimenticavi, la lasciavi in camera, la lasciavi in tenda dove dovevi lasciarla e basta. Poi il resto del tempo quando si andava in giro camera tracolla. Io immagino che mentre eri lì non avevi sempre accesso all’elettricità, sempre accesso a tutti I comfort di cui siamo abituati.
Alex Faedda:
Come gestivi batterie, camera, computer? Questo è molto divertente perché quando siamo partiti io avevo preparato una valigia all’interno della quale avevo messo power bank, power station, pannelli solari, avevo messo di tutto. Ero pronto a star via non ti dico un mese senza elettricità ma quasi. Io però non sapevo che le batterie non vanno in stiva e devi tenertene. E quindi è successo che sono arrivato lì, apro la valigia, sentivo la valigia intanto e dicevo ma cacchio ma è leggera. Su un partito che pesava 27 kg una di queste batterie praticamente. Praticamente sì. La tiro su e dico ma caspita ma perché è così leggera? La apro, chiamo il mio collega e gli facciamo ascoltare ma dov’è che hai messo le batterie? Niente ce le avevamo ritirate tutte quindi non avevamo più a parte due powerbank che avevo nello zaino perché fortunatamente non ci stavano più, li avevo infilati nello zaino. Mi erano rimasti I pannelli solari, avevo dei fogli diciamo più o meno da 60-70 cm per 30 che si aprivano e poi quando avevo l’elettricità caricavo I power bank e portavo I classici carica batteria 2 delle camere.
Alex Faedda:
Però sì, di base cerchi di sfruttare al massimo le batterie della camera.
Alberto Eger:
Bello, molto bello. Torniamo alla civiltà. Ok. Torniamo a quello che è forse anche il tuo lavoro più presente di questo periodo. A me piace molto perché tu ogni… Quando io penso e all’inizio quando lavoravo su sport molto spesso non mi preparavo. A parte l’attrezzatura andavo dicendo io devo filmare qualcosa, quello che succede, succede. Tu mi hai insegnato invece che queste cose vanno gestite prima e so che a te piace, mi hai raccontato che a te piace preparare sempre una o più storie da portare e creare nel momento in cui si va a filmare lo sport, filmare questa cosa, filmare quell’altra.
Alberto Eger:
E questo a me ha fatto crescere. Mi è piaciuto molto quando me l’hai detto. Ci racconti un po’ come tu gestisci dei lavori, passami le virgolette, normali. Quindi nella tua quotidianità come gestisci un lavoro di questo tipo?
Alex Faedda:
Di base supponiamo che sia uno shooting abbastanza ordinario e abbastanza preparato anche dal punto di vista del cliente, capisco un attimo le esigenze. Quindi di base gli vado a chiedere proprio in maniera molto molto franca ma cosa vuoi? Cioè vuoi far vedere la maglia, il guanto, il casco, vuoi far vedere la bici, cosa vuoi far vedere?
Alberto Eger:
Qual è l’oggetto, l’oggetto nel senso il soggetto?
Alex Faedda:
Qual è diciamo il focus di tutto quello del lavoro che andiamo a fare? Oltre al focus anche il messaggio, quindi anche non solo diciamo il far vedere, supponiamo che sia il guanto, ok? Non solo il guanto ma anche il valore che questo guanto dà al cliente finale, perché comunque il focus rimane sempre il cliente che poi va ad acquistare il guanto. E da lì vado a cominciare a costruire una storia. Scrivo tutte le idee che mi vengono in mente in quel momento. Una volta che mi sono sfogato, ho tirato fuori tutte le idee, mi metto davanti al computer o al tablet e faccio una piccola storyboard. E quindi parto con un’idea che sia circolare, quindi che parta da un punto A, faccia un giro e ritorni al punto A, perché secondo me è sempre molto importante dare comunque, soprattutto con questo avvento molto importante dei social, far sì che comunque ci sia una circolarità nei video. Glielo porto al cliente e gli dico la mia idea è questa, da questo presupposto lavoriamoci. Quindi io ho avuto questa idea, tu cosa cambieresti su quest’altro punto? Io farei così, Tu cosa faresti? E cerco di far sì che lui mi dia tutte le informazioni possibili e immaginabili per ottenere il risultato finale.
Alberto Eger:
Diventa parte attiva del processo?
Alex Faedda:
Sì, secondo me deve esserlo. Riprendo l’esempio che ho fatto prima della pizza. Quando tu vai a mangiare la pizza tu hai le idee ben chiare della pizza che vuoi. Supponiamo che vuoi una pizza con il Philadelphia, le zucchine e il salmone. Tu vai dal pizzaiolo e gli dici io vorrei la pizza così così così. Poi però tu non è che gli dici la pizza la devi tirare così. Quello lo fa lui perché è il suo lavoro. Però lui ha le idee ben chiare.
Alex Faedda:
Se tu invece vai dal pizzaiolo e gli dici fammi una pizza e lui ti fa salsiccia e patate e tu gli dici ma a me fa schifo la tessita. Capisci che il problema dove è stato nella mancanza di comunicazione tra tra il cliente e diciamo l’operatore.
Alberto Eger:
Si di entrambe le parti nel senso che il cliente non aveva le idee chiare. Benissimo può capitare capita
Alex Faedda:
spesso molto spesso.
Alberto Eger:
Dall’altra parte deve esserci una persona che sa di queste difficoltà o di prendere questi momenti e nel modo giusto, nel modo corretto, girarlo a suo favore e dire ok ti porto la mia professionalità ma lavoriamo assieme. Esattamente. In modo tale che io nel caso della pizza ti faccia la pizza più buona che posso farti con gli ingredienti che tu vuoi. Se non hai l’idea chiare parliamo assieme.
Alex Faedda:
Esattamente.
Alberto Eger:
Perché il rischio è che io sono magari un bravissimo pizzaiolo, ti faccia una pizza che è buonissima in generale ma a te quell’ingrediente non piace.
Alex Faedda:
Bravissimo. Il concetto è proprio lo stesso. Tu hai le idee principali, le metti giù, ci discuti, ci lavori e una volta fatto questo allora a quel punto dici buono perfetto adesso ho capito cosa vuoi e ora ti sviluppo tutto questo progetto attorno alle idee che ci siamo detti. Quindi nel momento in cui abbiamo finito di parlare puoi venire anche con me fuori a fare lo shooting, anzi ci tengo perché comunque vedi quello che faccio
Alberto Eger:
e apprezzi ancora di più tutto quello che abbiamo fatto prima.
Alex Faedda:
Assolutamente. E poi nella fase di post produzione procedo, ti metto assieme al tutto e diciamo che ti do il lavoro finito e poi mi dici ok era così, magari sai comunque c’è sempre quello appunto, però solitamente quando tu fai un grosso lavoro prima quindi quando ti sbatti veramente prima arrivi al dopo arrivi alla post produzione che fai una V1 e poi massimo fai una V2 e forse V3 perché capita che I loghi magari devi un attimo aggiustarli. Certo.
Alberto Eger:
Però oltre a questo non
Alex Faedda:
fai perché avevi già tutto chiaro.
Alberto Eger:
Mi hai tirato un gancio che è incredibile ma non lo sfrutto subito lo sfrutto dopo perché prima un’altra domanda.
Alex Faedda:
Ok.
Alberto Eger:
Ti è mai capitato di arrivare da un cliente in cui hai fatto tutta la parte tua, quindi comunque hai fatto lo storyboard, hai pensato le idee eccetera, ti sei trovato davanti al cliente e il cliente ti ha detto non mi piace, cambia tutto, non va bene. Ti è mai capitata questa cosa qua?
Alex Faedda:
Sì in realtà, perché quando mi metto a fare queste cose sono molto stressante.
Alberto Eger:
Con I climb.
Alex Faedda:
Sì, stresso proprio tanto. Cioè, nel senso io parto con la prima bozza, proprio una bozza, e dico ma tu così la fai? No, sì, no. Perfetto, cambiamo. Comincio da subito, proprio dal punto 0 a capire qual è la direzione corretta da seguire. Arrivare alla fine, diciamo, di una Storyboard che magari ti ha portato via 4, 5, 6 ore di lavoro e sentirti dire no non mi piace prendo il tablet e te lo tiro dietro perché
Alberto Eger:
stavo arrivando.
Alex Faedda:
Me lo dici subito e infatti stresso molto. Mi hai parlato prima dei lavori che abbiamo fatto assieme, quelli per Bikeflip. Lì c’è stato un grande lavoro iniziale cioè nel senso assieme alle persone con cui abbiamo deciso di fare questo lavoro ci sono state chiamate su chiamate su come lo facciamo cosa impostiamo partiamo dal primo video ne abbiamo fatti otto poi anche in post produzione ovviamente c’è l’immagine che sta meglio e l’immagine che sta peggio, ma penso sia normale. Ti rendi conto solo quando le stai montando alcune cose che vengono bene o non
Alberto Eger:
vengono bene.
Alex Faedda:
Però sì, diciamo che di base rompo le scatole prima. A parte alcuni lavori, scusami se ti interrompo, alcuni lavori che magari non hanno bisogno di questo lavoro. Quindi quando magari mi chiedono alcuni piccoli video molto semplici per fare un reel, per fare una cosa semplice e trasmettere un piccolo messaggio, Non sto così a rompere le scatole perché soprattutto nel mio ambito che è quello dello sport so già cosa si aspettano, so già dove vogliono andare a parare, un po’ perché il mercato richiede quello, un po’ perché comunque quando apri Instagram e guardi ci sono quelle cose quindi già sai che lui ti ha fatto quella richiesta perché ha visto il video di Pinco eccetera eccetera eccetera e quindi dici buono perfetto lo facciamo chiaramente un investimento minore da parte loro e da parte nostra. Esatto. Sebbene comunque non manchi la qualità e il lavoro fatto bene, secondo me.
Alberto Eger:
Non so se è una cosa che succede anche a te, a me succedeva molto all’inizio. Io ho iniziato lavorando in un’azienda per cui facevo dei video e all’inizio per me è stato difficilissimo perché l’azienda mi dava massima libertà, massima libertà, dicendo fai quello che vuoi. Arrivavo col video finito e mi dicevano non va bene. Quindi per me è stata estremamente stressante quella prima parte Perché all’inizio non sapevo di dover gestire in questa modalità che tu mi hai appena raccontato. E all’inizio ho cominciato a dubitare della mia creatività. Quindi mi succedeva che all’inizio quando mi chiedevano modifiche, cambiamenti, avevano idee diverse dalla mia, per me era stressante da una parte e mi irrigidivo molto dall’altra. Nel tempo ho molto mitigato questa cosa perché ho capito che comunque la persona contenta non devo essere per forza io ma deve essere il cliente. Certo.
Alberto Eger:
E questa secondo me è una cosa importante. Molti videomaker dal mio punto di vista non sbagliano però devono capire che purtroppo molto spesso è il cliente che ha il coltello dalla parte di un mano in comune.
Alex Faedda:
Si che ha l’ultima parola.
Alberto Eger:
L’ultima parola. Quindi se ogni tanto ci chiede di fare una cosa che a noi non piace al 100%, bisogna un po’ mettersela via, mi viene da dire. Non so se anche tu hai questa visione.
Alex Faedda:
Io penso che comunque un po’ quasi sempre noi andiamo a ricercare la nostra nicchia. Quindi nel bene o nel male, anche se le cose non ci piacciono, sono comunque cose che riguardano il nostro ambito lavorativo. Quindi può essere lo sport, può essere la moda, può essere quello che vuoi. Ovviamente non tutti pratichiamo lo stesso sport, non tutti ci vestiamo allo stesso modo, allo stesso modo non tutti abbiamo gli stessi gusti a livello video. Quindi un po’ bisogna accettare che, ti faccio l’esempio, se a te piace tanto il calcio e a me piace tanto la palla canestro e io faccio tanti video di palla canestro e poi tu mi chiedi un video di calcio io chiaramente posso anche pensare di fare un video bello di calcio sullo stile palla canestro ma poi magari tu che sei un appassionato di calcio mi dici guarda che non va bene per questo questo questo motivo e io devo capire che ok a me piace la palla canestro ma la palla canestro non è il centro del mondo dello sport. E allo stesso modo in tantissimi lavori secondo me bisogna capire questa cosa. E quindi, come hai detto tu, il cliente ha il coltello dalla parte del manico, ha l’ultima parola anche perché alla fine della fiera, cioè, il cliente è quello che ti paga cioè nel senso lui non pagherebbe mai una pizza margherita per avere una roba che non gli piace, capito? E allo stesso modo tu devi comunque accontentarlo e renderlo felice e comunque far sì che il tuo prodotto, il tuo video porti del valore alla sua azienda piuttosto che al suo brand nel modo in cui lui vuole o se non è il modo in cui lui vuole nel modo in cui lui o la sua azienda ha deciso di trasmettere il suo brand all’esterno esatto cioè tu devi comunque far sì che I video che fai portino il valore di cui loro hanno bisogno, non il tuo valore. Cioè tu devi dare valore
Alberto Eger:
a loro. Bellissima, bellissima questa cosa.
Alex Faedda:
Io la vedo molto così. Non è scontato, non è facile. Spesso devi metterti da parte tu come videomaker, come persona, però devi far sì che il tuo buon senso anche ci sia nel dire questa cosa io la devo fare per loro, loro si sono affidati a me perché credono in me, perché sanno che io posso tirare fuori il massimo per loro, però non posso farlo come voglio io. Certo io chiaramente posso appunto dare il mio spunto col mio bellissimo storyboard e io ti dico facciamo così, così, così, però se tu mi dici questo magari cambiamolo, mettiamolo di qua, questo spostiamolo da là, eccetera, eccetera. Ti faccio un esempio, un ultimo lavoro che ho fatto, che è uno dei più bei lavori che abbia mai fatto e non scherzo e non è in ambito sportivo. Ok. Te ne avevo parlato per un ristorante stellato.
Alberto Eger:
Sì, ho anche visto qualche anteprima.
Alex Faedda:
Quello per me è stato il lavoro più bello di tutti. Ma perché? Perché c’è stato uno spunto iniziale da parte del cliente quindi il cliente è arrivato da noi con un testo scritto erano 20 25 righe niente di più vorrei questo questo questo questo questo questo va bene da questo partiamo a lavorare lui ci ha detto adesso ti faccio l’esempio immagine di montagna iniziale poi vogliamo vedere le ocche nell’aia io frequento la montagna insieme al ragazzo con cui l’abbiamo fatto mi hanno detto guarda, va bene, però dal nostro punto di vista se tu vuoi avere questa sensazione, quindi avere la sensazione di montagna come prima immagine, non puoi mettere le ocche e devi mettere le pecore. Perché? Perché quando vai in montagna tu colleghi le pecore e le mucche. In questo caso non ci sono mucche in questo video, ci sono le pecore. Prendiamo le pecore e le mettiamo lì. Però io chiaramente non vado a dirgli cosa cavolo stai dicendo le oche, chiaramente cerco di fargli capire che magari una persona che frequenta di più la montagna ha un po’ più di punto visivo anche e anche di sensazioni e cerco comunque di far sì che lui possa ottenere il risultato che vuole, quindi cerco di dargli il massimo chiaramente con le mie competenze, con le mie conoscenze, però facendo sì che anche se il lavoro non mi piace o comunque non è il mio, resta comunque il massimo del valore che io posso dare a lui per il suo pubblico.
Alberto Eger:
Secondo me questo è un punto a me è piaciuto tantissimo come l’hai spiegato ed è molto importante, anche perché alla fine della giornata un cliente contento è un cliente contento.
Alex Faedda:
Sì, assolutamente.
Alberto Eger:
Che ti può portare altri lavori, ti può portare altre persone, ti può portare altre esperienze e una diciamo recensione positiva è sempre meglio. A discapito magari anche un po’ della nostra creatività che abbiamo, una recensione positiva è molto più forte di una recensione negativa. Assolutamente. Quindi bisogna stare attenti a questa cosa qua. Quindi è molto bello. È molto molto bello anche perché ho visto proprio quelle riprese. Ho visto anche la passione con cui me l’hai portato dopo. Mi è piaciuto tanto perché è una cosa che ti ha preso tanto ed è bello quando un lavoro ci permette di esprimerci ci permette di dire sono contento.
Alex Faedda:
Ma poi penso che comunque il lavoro per quanto tu lo faccia per il tuo cliente quanto tu comunque ci metti il tuo per farli felici. Alla fine della fiera I lavori che fai li fai anche e soprattutto per te perché comunque quando vai a letto banalmente la sera dici cacchio che bella cosa che ho fatto però. Cioè sono contento vado a letto felice e sereno perché ho fatto una cosa che mi piace perché comunque sto facendo un lavoro che mi piace, perché te lo sei scelto, nessuno ti ha obbligato, ed è una cosa che oltre ad essere bella per qualcuno è bella per te, perché un domani te lo riguardi e dici però sono riuscito a fare sta roba, sono contento.
Alberto Eger:
Mentre pensavamo un po’ a questa puntata abbiamo ragionato sul fatto che il mondo del video quando un cliente ti chiede ma tu fai video? In realtà la risposta è sì ma c’è una pletora di possibilità. Un video può essere un video aziendale, un video sportivo, un video di matrimonio, un video di evento. Ci sono molte sfaccettature. Molte. La domanda a cui volevo arrivare è questa. Secondo te un videomaker in generale che sia freelance o più ampio un gruppo di videomaker è più importante che si specializzi in un campo o che sia generalista in modo tale che capisca tutto quello che è il ventaglio di possibilità? Qual è secondo te la strada migliore dal tuo punto di vista? Credo
Alex Faedda:
che un videomaker dovrebbe, però questo è il mio punto di vista molto molto personale, quindi in realtà non deve essere, faccio questa piccola premessa, non deve essere preso come oro colato, anzi, cioè il mio punto di vista in seguito a un po’ di anni di lavoro. E io credo che una persona dovrebbe fare più cose per capire come intraprendere, diciamo, la propria strada. Ti faccio un altro esempio che forse può essere capito in maniera molto più semplice. Se io ti dico faccio lo sportivo, faccio l’atleta, bene, ma di cosa? Cioè puoi essere un atleta olimpico che fa atletica leggera, puoi fare quelli che fanno tipo 4, 5, 6 specialità, puoi fare quello che va in bicicletta, però anche se vai in bici ci sono altre 4 specialità, quindi diciamo che è molto vario. Sicuramente nel mondo del video è un fattore comune che è avere una camera in mano e quindi il fattore comune più grande è raccontare qualcosa, raccontare una storia. Devi capire come vuoi farlo e in che ambito. Secondo me è molto bello fare tante cose però puoi seguire una strada e dire a me piace fare questo, questo non solo perché mi viene bene ma perché lo sento mio.
Alberto Eger:
Perché mi fa, mi piace.
Alex Faedda:
E perché mi fa bene.
Alberto Eger:
Sì sì sì.
Alex Faedda:
Perché mi fa proprio bene. Perché io ti dico, in passato ho lavorato con un’agenzia creativa, molto, è stato molto molto bello per me perché sono cresciuto un sacco, quindi andando a fare per esempio tanti video aziendali, tanti video interviste, tanto video di prodotto, quindi io prendevo, andavo magari in determinate aziende, ci mettevamo su un tavolo come questo, mettevamo I prodotti sopra e facevamo 8, 9, 10 ore di video prodotto. Poi però mi sono reso conto che quando uscivo, che quando andavo fuori, quando andavo magari con lo zaino pesante in montagna a camminare piuttosto che in bici, piuttosto che non so dove, sugli sci o dove doveva essere, stavo bene, stavo veramente bene. Mi sono detto forse c’è un motivo se sto bene. Forse le cose che voglio raccontare devono essere in questo ambito. Non perché è più bello filmare queste cose rispetto ad altre, perché come ti ho detto il lavoro più bello che ho fatto
Alberto Eger:
non c’entra,
Alex Faedda:
non è sport, non è outdoor, per quanto ci fosse di mezzo alla montagna però mi rendo conto che quando sono fuori sto bene con me stesso, sono sereno, cioè nel senso mi viene più naturale prendere in mano la camera e fare foto o fare video di uno sport piuttosto che entrare in un’azienda per fare il video aziendale. Poi per carità bisogna farla ogni tanto.
Alberto Eger:
Capita, certo, certo, assolutamente.
Alex Faedda:
Bisogna Perché comunque è molto importante comunque far passare anche il messaggio della disponibilità. Non puoi dire o ti faccio questo o non ti faccio niente.
Alberto Eger:
Molto rischioso. Secondo me soprattutto all’inizio è molto rischioso perché cominciare a… Chiaro, sei un ambito che non sai fare. Ci sono richieste particolari e ci sono richieste delle abilità particolari, bisogna essere molto sicuri di quello che si fa e bisogna anche essere molto sinceri con il cliente nel dire guarda io ho sempre fatto questo se vuoi posso provare a tuo rischio nel senso che ci mettiamo d’accordo nel trovare la modalità giusta per ottenere il risultato finale Quindi io penso che la sincerità col cliente sia sempre al massimo soprattutto se non si è sicuri di quello che si può portare. Dall’altra parte è importante aprirsi a un ventaglio di possibilità soprattutto se si è freelance nel nostro lavoro. All’inizio è difficile essere molto settoriali perché la quantità di lavori all’inizio non è alta, semplicemente per quello. Poi nel tempo ci si settorializza, si cominciano ad avere un po’ di conoscenze, il passaparola. Però all’inizio sono d’accordo con te, un pochino bisogna spaziare.
Alberto Eger:
Anche perché il blending di tutti queste attività capacità in realtà da uno possiamo trasportarlo un po’ sull’altro. Ad esempio nella tua capacità che avevi sulla montagna hai portato questa tua capacità di far storyboard, di conoscere la montagna, di essere un utilizzatore della montagna, nella video che ti hanno chiesto per il ristorante e dire guarda conosco il mio ambito io dall’alto della mia esperienza ti porterei a pensare queste cose qua. Quindi secondo me diventa anche bello perché quando si è troppo settoriali sicuramente si migliora tanto in quel settore lì rischiando però di diventare un po bloccati.
Alex Faedda:
Ma assolutamente assolutamente infatti è molto bello secondo me spaziare. Poi ovvio che nei limiti. Ti faccio un esempio, io non ho mai fatto, mai fatto un video di un matrimonio. Mi è stato chiesto, però mi sono sempre rifiutato non perché potessi permettermi di dire no, perché non era il fatto di dire ho talmente tanto lavoro che non lo faccio, perché anzi, fanno sempre comodo lavoro in più, ma perché io non sopporto per esempio di stare in mezzo alla gente che ti chiede il video, che ti chiede la foto. Certo. Io quella è una cosa che non riesco a sopportare perché non mi è mai piaciuto. Ho fatto tanti eventi però eventi un po’ diversi quindi sono eventi dove non c’è… Sono eventi sportivi.
Alex Faedda:
Apro e chiudo parentesi. Quindi non c’è la necessità di avere la persona che dice fammi la foto, fammi il video. Perché no, lì è un raccontare l’evento, quindi è totalmente diverso. E io il matrimonio l’ho sempre visto anche per esperienza di amici così e non ce l’ho mai fatto a dire sì vengo a fartelo. Poi magari sarei anche bravo non lo so non so se sono bravo non so come potrebbe venire un video del genere però per mia scelta ho deciso di non farlo. E
Alberto Eger:
ci sta tutta.
Alex Faedda:
Ma anche per un rispetto al cliente perché comunque è un giorno per loro di festa, un giorno per loro molto importante, io non vorrei arrivare là col broncio e dire che palle devo stare qua in mezzo, non mi va. Cioè nel senso, ok cercare di fare tanti lavori diversi, ok cercare di spaziare, di capire cosa ci piace, però se sappiamo che qualcosa non è nelle nostre corde, secondo me è giusto dire di no. È giusto, facciamo l’esempio, che mi viene fatta una richiesta di fare il video del matrimonio e io ti chiami e dico Alberto ho questo matrimonio vuoi farlo? Sì vado io. Buono, a posto.
Alberto Eger:
Non so se sia successo anche a te, quant’è esseca questa frase, che a volte arrivare lì, il cliente è imbronciato, non ha una bella giornata e tu gliela svolti.
Alex Faedda:
Sì, mi è successo.
Alberto Eger:
A noi è successo ed è bellissimo, perché tu arrivi con la tua carica, con la tua voglia di fare, con tutto e gli svolti la giornata. Alla fine della giornata ti dice grazie, è stato bello e anche questo fa parte. Non succede sempre però quando succede è molto bello è gratificante molto gratificante parte tecnica tecnica tu monti con
Alex Faedda:
premier premier ok come ti trovi se diciamo facesse un po meno aveva un po meno bug sarebbe cresciato il programma che lasciarsi un po meno se andrebbe meglio però in realtà mi trovo bene ma in realtà probabilmente dico che mi trovo bene perché l’ho usato una vita.
Alberto Eger:
Quindi lo conosci talmente bene che quello è il tuo problema.
Alex Faedda:
Non devo neanche guardare quello che sto facendo, è automatico.
Alberto Eger:
Te l’ho chiesto perché adesso c’è una diatriba molto ampia su Premiere, Da Vinci eccetera. Noi li usiamo entrambi. L’altro giorno ho avuto un problema enorme con Da Vinci, il Da Vinci che non si blocca mai. Ho buttato via sei ore di lavoro perché una timeline non poteva essere recuperata. Davvero? Per fortuna c’era la premiera. Ecco quindi nel senso che poi io non sono un verticale, non sono un appassionato. È come dire Io non scelgo Apple o Samsung, scelgo quello che funziona meglio. Bravissimo.
Alberto Eger:
Quindi dal mio punto di vista è sempre un prende una posizione forte non porta mai a nulla perché ognuno ha le proprie qualità dal punto di vista umano e dal punto di vista dei programmi.
Alex Faedda:
Piccola parentesi anch’io Da Vinci lo utilizzo ogni tanto per fare qualche color perché mi piace, mi diverto molto però non prendo una posizione. La cosa che mi interessa è che quando io accendo il computer e schiaccio su Premiere, il computer apre Premiere e io posso lavorare, basta.
Alberto Eger:
Senza problemi, liscio,
Alex Faedda:
sono d’accordo. Anche perché è uno strumento di lavoro, cioè mi deve portare dal punto A al punto B, non mi interessa come, devo arrivarci.
Alberto Eger:
Vale anche per le camere, assolutamente. Assolutamente. Molto spesso ci si appoggia a brand, più per il brand che per l’utilizzo di per sé e secondo me invece poi chiaro che preso una strada noi ad esempio abbiamo preso Sony come strada chiaro che dopo qualche anno che lenti Sony tutto Sony adattatori eccetera continui per quella strada un po’ per necessità.
Alex Faedda:
Diventa anche difficile decidere di cambiare completamente. È anche un grosso investimento. Cioè nel senso puoi anche vendere tutto ma comunque rimane un investimento molto intenso e comunque oltre all’investimento anche magari un dover reimparare ad utilizzare tutto.
Alberto Eger:
Andiamo più sul personale quindi per l’ultima domanda. Ti è mai capitato di dover trovare nuovi clienti? I clienti sono arrivati? Passaparola? Hai altri mezzi? Variabile.
Alex Faedda:
Soprattutto passaparola. Quindi sai guarda che ho sentito che questo ha bisogno di quello, lui ha bisogno dell’altro, magari loro mandino mail. O passaparola al contrario, quindi alcuni miei clienti che erano conosciuti, magari nello stesso ambito, erano conosciuti da altri brand piuttosto che altre aziende, che mi hanno scritto in maniera molto informale, molto semplice, un ciao, guarda che so che lavori per pinco e pallo, lavori per questo e vorremmo parlare di un lavoro con te insomma di base questo oppure anche ricerca di clienti in maniera molto informale con delle mail e delle proposte però nel caso in cui ci sia effettivamente un’idea se mi viene in mente vedendo una determinata cosa di un determinato brand che io per loro potrei fare una cosa interessante, prendo, la faccio a mie spese, ci investo uno, due giorni, faccio quella cosa, faccio un piccolo pacchettino di 15-20 secondi e dico bene, guardate, io ho fatto questo, È una cosa che ho fatto impiegandoci poco tempo, diciamo diventando matto. È venuto il risultato così. Questa è una mia idea di quello che si può fare assieme a voi. Bellissimo. Però se volete possiamo ragionarci assieme. Se vi va possiamo parlare di qualcosa di più.
Alex Faedda:
Poi lì può andare bene o può andare male nel senso può essere che il determinato brand a cui tu hai pensato l’azienda ti dice sì cacchio volentieri è una cosa molto interessante come no guarda in questo momento noi siamo a posto perché abbiamo altro a cui pensare eccetera eccetera e giù a posto allora non importa. Però ogni tanto secondo me ci sta a fare anche così.
Alberto Eger:
Anche perché è un esercizio di stile anche. Sì poi comunque il gioco
Alex Faedda:
sì ma poi soprattutto devi secondo me tu non devi dimenticarti del motivo per il quale fai queste cose. Quindi non deve sempre esserci qualcuno che ti chiede di fare il video.
Alberto Eger:
Molto spesso abbiamo paura di metterci dal punto di vista di fare la chiamata a freddo. Come stai dicendo? Io parlo di chiamata, nel tuo caso di preparare un qualcosa e mandaglielo. Per due fattori. Uno un po’ a volte non volerlo fare. Semplicemente, ma chissà cosa pensano, chissà cosa mi rispondono, non mi piace invadere l’impossibile cliente, chissà cosa pensa di me eccetera. Questa è una modalità. L’altra è la paura di dire, ma mi fregano l’idea, non è giusto. Può capitare però secondo me il aprirsi alle possibilità col rischio che freghino un’idea può portare molto di più.
Alex Faedda:
Allora ti interrompo perché secondo me si ti possono fregare l’idea ma non lo faranno mai comunque come lo farei tu. Certo. Cioè secondo me è una cosa molto importante cioè tu puoi dare l’idea di fare quello che vuoi, però il tuo valore che puoi dare a una determinata cosa lo dai solo tu. Anche la chiamata a freddo secondo me va bene, perché se noi ci mettiamo nei panni di una persona che va a cercare lavoro, Questa persona prende, manda il curriculum alla determinata azienda e fine. Tu fai la stessa cosa in un altro ambito. La cosa importante secondo me è cercare prima di mandare una qualsiasi mail, una qualsiasi proposta, è capire bene il cliente che hai davanti, capire bene soprattutto a chi mandarla. Ti faccio un esempio, tante volte magari se voglio fare questa cosa e conosco l’azienda perché magari l’azienda la seguo da un sacco di tempo, la conosco per filo e per segno, anche se non ho mai lavorato, però vado su LinkedIn piuttosto che di qua e cerco di capire e magari non mando la mail banalmente perché non so a chi mandarla, allora dico piuttosto mandarla a caso, aspetto. Piuttosto vado lì, suono il campanello
Alberto Eger:
e chiedo. Forse è più efficace. Certo.
Alex Faedda:
Quello che pensano le persone, cosa vuoi che pensi? Guarda questo, si è messo in gioco.
Alberto Eger:
Assolutamente.
Alex Faedda:
Almeno io vedrei così, per non penso che va questo povero passamentarmene sfigato. No, anzi, non vai a racimolare lavoro, vai a fare proposte, vai a dire guarda che io ho questa idea che secondo me può portarti valore.
Alberto Eger:
Mi piace tantissimo questa modalità perché è una modalità che richiede tempo, richiede studio, richiede mettersi in gioco e tutto questo può venire percepito dall’azienda rispetto a un ciao io faccio video hai bisogno sì no
Alex Faedda:
o tu gli dici guarda che ho in mente se vuoi fare una cosa del genere ti dici guarda ciao io sono pinkopallo faccio questo gli mandi due tre video che fai guarda io ho in programma di andare a fare questa questa e questa cosa. Se ti può interessare ti spiego bene tutto perché adesso magari non voglio rubarti troppo tempo. Ti dico solo che io queste cose le vado a fare quindi non ti sto chiedendo di sponsorizzare questa cosa. Ci sto dicendo guarda che questo lo faccio a prescindere
Alberto Eger:
da tutto.
Alex Faedda:
Se vuoi può essere qualcosa nella quale tu puoi trarne un vantaggio. Basta. Però comunque in generale si deve un attimo metterti nell’ordine di sbatterti.
Alberto Eger:
Punto. Non c’è altro modo.
Alex Faedda:
Boh non lo so, non lo so. Cioè magari c’è un altro modo, però io non lo conosco.
Alberto Eger:
Se qualcuno lo conosce
Alex Faedda:
siamo aperti.
Alberto Eger:
Molto bella questa cosa. Quando invece andiamo nel lavoro effettivo, soprattutto il lavoro di post produzione, che è un lavoro che il cliente non vede, non capisce molto spesso, nel senso che non ha proprio idea di cosa succeda. Come gestisci la parte di post produzione? Vai a pacchetto? Vai a ora? Come gestisci le modifiche? È una domanda che è ampia e difficile. È molto difficile. Perché non c’è una via unica.
Alex Faedda:
No, ce ne sono migliaia. C’è veramente migliaia di vie. Baria. Cioè di solito io prendo e dico guarda la post produzione ti costa x e in questo x ci mettiamo dentro 2, 3, 4, 5 modifiche. Hai cinque versioni disponibili. Questa è una cosa. Poi altri clienti che non vogliono storyboard eccetera. Ok però ti conto le ore.
Alex Faedda:
Un’ora due ore tre ore cinque ore mi devi fare un’altra modifica. Io ho un’applicazione che utilizzo il
Alberto Eger:
tassametro veramente.
Alex Faedda:
Ma in maniera molto schietta è questo. Poi ovvio mi dicono voglio un reel. Un reel so che ci impiego x tempo a farlo che più di tre modifiche non me le fai fare perché sennò comincia a essere una roba e ti dico guarda ti costa questo? Buono posto. Vai a pacchetto? So che sì, nel senso 15 secondi di rail con le immagini già fatte, eccetera. So che dico facciamo così e fine.
Alberto Eger:
Quanto importante è fare progetti personali?
Alex Faedda:
È una cosa secondo me importantissima. Molto.
Alberto Eger:
Noi siamo molto più critici con noi stessi che con gli altri. Quindi quello che per noi è buono o mediocre, magari per qualcun altro è estremamente buono. Quindi io sono un grande fan. È difficile, perché è difficile, ma di buttare fuori lo stesso. A meno che non ci sia qualche problema grosso, a un certo punto avere almeno il parere di qualcun altro per dire lo butto fuori lo stesso. Perché lì poi paradossalmente veramente se a te non piace puoi ottenere tantissimo. Come a volte può capitare di fare dei lavori per cui dici guarda questo lavoro a me non piace ma il cliente è ultra contento. Va bene.
Alex Faedda:
Sono contento così. Esatto. No, darsi un limite. Darsi un limite. È importante. Bellissimo. E dire io quel giorno so che per me devo tirare fuori il video. Punto.
Alex Faedda:
Fine. Ti dai un tempo perché poi dici perché poi se vado oltre non va bene perché comunque non sto rispettando una cosa che non mi sono detto Cioè non sto rispettando me stesso come faccio a rispettare quello che mi dicono gli altri.
Alberto Eger:
Bellissimo questa cosa.
Alex Faedda:
E ti aiuta poi anche in futuro a prenderti per tempo a dire…
Alberto Eger:
Prendersi per tempo, rispettare le deadline. È importantissimo questa cosa qua. Comunicare col cliente. Non riesco a rispettare quella deadline perché cosa è successo? Parlo col cliente, non arrivo quel giorno a no ma scusa no ma pensavo ma la comunicazione con il cliente è fondamentale perché cambia tutto. Molto spesso chiedere un aiuto al cliente a dire guarda ho questo problema qua è un problema se lo gestiamo così se lo gestiamo con la c’è questa necessità se no poi trovi chi è più aperto chi meno aperto chi ha possibilità di aprirsi chi no
Alex Faedda:
certo
Alberto Eger:
non si può sparire non si può non rispondere bisogna essere sul pezzo rispondere il prima possibile essere presenti e lo dico a me stesso prima di tutto però fa veramente tutta la differenza del mondo basta un messaggio in più e hai risolto una comunicazione molto spesso. Certo. Prossimo progetto che in cantiere?
Alex Faedda:
Progetto figo figo figo è ad aprile. Nell’anno prossimo? Sì, vado in Norvegia. E a sciare. Quindi quello è un progetto. Ok. E poi in realtà sto tirando fuori un po’ di progetti personali perché adesso è un po’ un periodo tranquillo. Quindi mi sto, tra virgolette, indirizzando verso quello che dicevo prima il canale YouTube. Mi sto facendo alcune piccole cose.
Alberto Eger:
Io ne approfitto di questo periodo per te un po’ più tranquillo, diciamo, e ti lancio questa provocazione, che però non è una provocazione, è in realtà una richiesta. A me piacerebbe che noi come Weiss e tu come Alex facessimo un progetto assieme. Ok. Per mostrare e ne approfittassimo di questo progetto per buttare fuori qualcosa quindi mettere assieme le nostre competenze conoscerci ancora di più a vicenda e far vedere come lavora Alex, come lavora Weiss anche nelle retrovie. Quindi di raccontare questo progetto che non è, non esiste, nel senso che non abbiamo idea, non ho nessuna idea da proporti in questo momento, ma vorrei proprio che ci mettessimo a tavolino in un momento di tranquillità e facessimo questa cosa assieme. Perché mi piace proprio pensarselo non di chiacchierare ma di mostrare quello che effettivamente poi è il nostro lavoro e quello che possiamo fare. Ok. Dove possono trovarti le persone?
Alex Faedda:
Le persone possono trovarmi… A casa
Alberto Eger:
tu qua. Non mi trovano, mi nascondo.
Alex Faedda:
Possono trovarmi penso su Instagram.
Alberto Eger:
Ok, su Instagram come?
Alex Faedda:
Su Instagram è Alex Grams.
Alberto Eger:
Alex, dopo questa ora e mezza di chiacchierata, pensavo fossero 20 minuti.
Alex Faedda:
Esatto, avevamo detto 23 minuti.
Alberto Eger:
23, doveva essere… Ecco qua, un’ora e 32.
Alex Faedda:
Molto bene. Per me
Alberto Eger:
è stata super interessante, Ti ringrazio di aver condiviso quello che hai condiviso, tutta la tua storia, il tuo modo di lavorare, il tuo proprio modo con cui anche affronti il mondo video. Ti ringrazio tantissimo e spero di averti ancora perché veramente per me è stata molto molto accrescitiva.
Alex Faedda:
Grazie, grazie mille, volentieri. Grazie. Grazie a te.


